«I partiti hanno una fifa matta dei magistrati»
post pubblicato in
Diario, il 9 luglio 2009
Giornalista de L’Espresso, Stefano Livadiotti non è la prima volta che si occupa di una “casta”. Lo ha già fatto con il libro “L’altra casta. L’inchiesta sul sindacato” pubblicato lo scorso anno da Bompiani.
Sempre con la stessa casa editrice, agli inizi di questo mese, ha pubblicato un altro libro-dossier: “Magistrati. L’ultracasta”, un’analisi realistica e spietata al tempo stesso di quella che lo stesso autore definisce “madre di tutte le caste”. La casta in questione è, appunto, quella dei giudici e dei pubblici ministeri.
Livadiotti, sindacati prima e magistratura poi: ma non ha proprio “paura” di nulla? Eppure in due saggi si è occupato – in modo non tenero – di due tra i più potenti gruppi sociali del nostro Paese…
«In tutti e due i casi si tratta di inchieste giornalistiche basate su numeri che sono difficili da contestare. Infatti, al di là di accuse tanto generiche quanto gratuite, nessuno è stato in grado di smentire alcunché. Così, come sempre succede in questi casi in Italia, chi si è trovato nella condizione di non saper replicare s'è inventato fantomatici complotti. Orditi dai poteri forti, nel caso dei sindacati. Non si è neanche capito bene da chi, nel caso dei magistrati. Hanno cercato, insomma, di farmi passare per una specie di killer, manovrato di volta in volta da qualcuno che se ne resta acquattato nell'ombra in attesa di vedere l'effetto che fa. Francamente, non mi curo di queste reazioni, che del resto avevo ampiamente messo nel conto. Ciò detto, è chiaro che non mi sono fatto certo nuovi amici».
Cito testualmente dalla contro-copertina del suo libro: quella dei giudici e dei pubblici ministeri è “uno stato nello stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica. Non le sembra un giudizio un po’ troppo pesante”?
«Preferisco lasciar parlare i numeri. Poi ognuno può ricavarne le conclusioni che crede. Il 93,5 per cento dei magistrati è iscritto all'Anm, il sindacato di categoria, che è rigidamente diviso in correnti. Queste ultime, che a loro volta fanno riferimento a precise aree politiche, si spartiscono le poltrone del Csm, l'organo che decide tutto per quanto riguarda le carriere e la disciplina delle toghe. Secondo i miei calcoli, il 98,8 per cento dei magistrati eletti al Csm dal 1972 a oggi risulta espressione di una corrente dell'Anm. All'interno del consiglio, i rappresentati di ogni corrente votano allo stesso modo. E le correnti, proprio come i partiti politici in parlamento, nominano un capogruppo, o un portavoce, che viene informalmente consultato dal vice presidente del Consiglio alla vigilia delle decisioni più importanti. Scriveva Giovanni Falcone nel novembre del 1988: “Le correnti dell'Anm...si sono trasformate in macchine elettorali...la caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute...le attività più significative della vita associativa...nei fatti il livello ideologico è scaduto a livelli intollerabili»
Il primo episodio da lei citato riguarda un magistrato pedofilo: ci fa schifo lui, come ce ne fa non meno chi, tutto sommato, non ne ha con decisione condannato in maniera chiara gli abominevoli comportamenti. Però ci sono anche magistrati che impiegano “solo” otto anni per motivare una sentenza, o altri che tengono in carcere innocenti per “sciatteria”, come scrive lei. Ci riassuma, oltre a questi citati, qualche altro episodio riportato nel suo libro che lo ha colpito particolarmente.
«Il caso della toga pedofila va ben oltre. Non l'avrei tirato fuori se il magistrato in questione non fosse stato assolto per aver battuto la testa tre anni prima del fatto che gli veniva contestato. Se della giuria che ha messo nero su binaco l'incredibile sentenza non avessero fatto parte due futuri presidenti della Corte Costituzionali. Se, a causa di una serie di incredibili meccanismi in parte non più in vigore, la sua assoluzione non avesse comportato un incremento di stipendio per centinaia di suoi colleghi, costato alle casse pubbliche, e quindi a tutti noi, qualcosa come 70 miliardi di lire degli anni Novanta. È una vicenda emblematica della logica imperante in una parte almeno della magistratura, dove lo spirito di appartenenza e l'interesse economico possono portare a superare l'imbarazzo di coprire qualunque indecenza. Dove il vantaggio per la categoria finisce a volte per prevalere su tutto il resto. Dove in certi casi solo la gravità dei comportamenti riesce a offuscare la loro dimensione ridicola. Ha scritto Indro Montanelli poco più di venti anni fa: “Nella giustizia c'è un dieci per cento di autentici eroi pronti sacrificarle carriera e vita: ma sono senza voce in un coro di gaglioffi che c'è da ringraziare Dio quando sono mossi soltanto da smania di protagonismo».
Riferendosi ai provvedimenti adottati dal Csm nei confronti di magistrati, lei sostiene che tutto è impostato sulla teoria del “cane non morde cane” e che “la sezione disciplinare è il binario morto del Csm”…
«I dati parlano chiaro. E dicono che la maggior parte delle segnalazioni di presunte malefatte di magistrati viene cestinata dalla Procura generale della Corte di Cassazione: nel 2007 ha dato il suo via libera solo al 7 per cento delle pratiche che aveva ricevuto. Alle poche che passano il filtro pensa poi la sezione disciplinare del Csm: tra il 1999 e il 2006 si sono svolti 1.004 procedimenti, le condanne sono state in tutto 192 e solo 6 hanno comportato la rimozione o la destituzione. Vuol dire che una toga ha 2,1 possibilità su 100 di incappare in una sanzione. E che in otto anni a rimetterci la poltrona è stato solo lo 0,065 per cento dei magistrati. Non basta. Perché anche i pochi che rimediano una condanna possono tranquillamente fare spallucce: poco dopo essere stato ammonito per aver concorso a determinare un ritardo di 15 mesi nella scarcerazione di un detenuto in custodia cautelare, un magistrato è stato promosso alle funzioni superiori».
Livadiotti, parliamo sottovoce così nessuno ci sente: quali conseguenze ha avuto, a suo parere, il referendum sulla responsabilità civile dei giudici?
«Molto semplicemente, ha prodotto una legge, votata da tutti i principali partiti politici dell'epoca, che ne ha vanificato i risultati. I magistrati italiani hanno molti santi in paradiso. E altrettanti amici in Parlamento, anche perché i partiti ne hanno una fifa matta. Nel libro si cita una vicenda che il protagonista, Francesco Cossiga, ha raccontato con 21 anni di ritardo. Quando, nell'inverno del 1973, il futuro capo dello Stato era un semplice deputato e si stava opponendo a una legge favorevole alle toghe fu chiamato a rapporto dal suo capogruppo. Quest'ultimo gli chiese di cambiare orientamento, dicendogli che se il provvedimento non fosse passato per colpa sua gli amministratori locali sarebbero stati esposti a pesanti e pericolose iniziative penali».
Le pongo due domande per le quali (se vuole avvalersene) le do la facoltà di non rispondere. La prima: lei è pro o contro la separazione delle carriere?
«Qualche paletto deve pur essere posto, come nella quasi totalità degli altri paesi».
Seconda domanda con la medesima facoltà di non rispondere: le piace un giudice che si toglie la toga e scende quasi subito in politica?
«No. E comunque, una volta compiuto il passo, dovrebbe perdere la possibilità di tornare a casa come il cane lassie».
In conclusione: di quale altra casta si occuperà in futuro Stefano Livadiotti?
«Non lo so. E se lo sapessi non lo direi comunque».