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di Gianluca Perricone
La vuvuzela giustizialista
post pubblicato in Diario, il 21 giugno 2010


Nello scorso numero di Giustizia Giusta, il nostro Alessio Di Carlo rilevava più di una perplessità sul fatto che, nell’udienza preliminare del processo contro Ottaviano Del Turco, si fossero portate in aula telefonate hard anziché quelle famose prove “schiaccianti” che avrebbero dovuto dimostrare che l’ex governatore aveva incassato tangenti dall’imprenditore delle cliniche private Vincenzo Angelini. In altri termini, nel processo in corso si dovrebbe stabilire se Del Turco abbia o meno intascato le centinaia di migliaia di euro che l’Angelini dice di avergli versato.

Ha scritto Di Carlo: «Sono trascorsi quasi due anni da quando, nel corso di una gremitissima conferenza stampa tenuta presso la Cittadella Giudiziaria di Pescara, il Procuratore Capo Nicola Trifuoggi dava conto delle ragioni che avevano indotto la procura adriatica a chiedere l'arresto di numerosi funzionari e politici abruzzesi tra cui l'allora Governatore Ottaviano Del Turco per le tangenti sborsate da Vincenzo Angelini, patron delle cliniche private abruzzesi, per oltre venti milioni di euro di cui almeno sei consegnati direttamente all'ex Presidente della Giunta abruzzese. In due anni di indagini, di quella montagna di soldi non s'è vista traccia, la discussione non è ancora iniziata, pende come una spada di Damocle su buona parte delle fattispecie di reato una probabile eccezione di incompetenza territoriale e, in un quadro tanto sconfortante, durante la scorsa udienza la procura abruzzese non ha trovato di meglio che produrre la trascrizione di intercettazioni telefoniche e ambientali definite «pruriginose» e «ad alto contenuto erotico» che vedrebbero protagonista l'ex presidente della giunta e due donne che nel corso degli anni avrebbero ricevuto dei contratti di collaborazione con la giunta di centrosinistra».

E cosa c’entrano le “prurigini” con le tangenti per le quali si sta svolgendo il processo, per le quali l’ex governatore abruzzese si è fatto un po’ di gattabuia, per le quali è stata mandata a casa un’intera giunta regionale, per le quali esistevano quelle “prove schiaccianti” delle quali siamo in attesa da circa due anni? Un fico secco.

Indovinate chi, invece, è intervenuto a favore del pm? Lui, la tediosa vuvuzela del più bieco giustizialismo manettaro, insomma - per dirla con una facezia facezia - Marco Travaglio che così scrive sulle telefonate “pruriginose”: «I fatti non sono per nulla estranei ai capi di imputazione: si tratta di rapporti intimi fra il presidente della Regione e una signora nominata consulente della sua Regione. Il pm ha evocato en passant questo caso di – parole sue – “onanismo telefonico” – per dimostrare “la strumentalizzazione dell’ufficio pubblico per scopi privati”». E noi insistiamo: che c’entra il presunto onanismo con le tangenti di Angelini? Un altro fico secco e, per di più, condito con la intollerabile colonna sonora prodotta da una vuvuzela. E’ come se un tizio fosse accusato di omicidio ma, nella difficoltà di reperire le prove del misfatto, ci si attacchi a delle telefonate intercorse tra lo stesso accusato ed una prostituta per concordare una prestazione sessuale: in estremo, si potrebbe ipotizzare qualche altro reato, ma con il delitto iniziale certamente le conversazioni non hanno nulla a che fare, neppure en passant.

tratto da
GiustiziaGiusta.info




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Legge sulle intercettazioni, tra esasperazioni e gaffes
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2010


E’ inutile negare che la normativa vigente  in materia di intercettazioni telefoniche doveva essere modificata. Ed è altrettanto superfluo (almeno dal nostro punto di vista) ammettere che qualche “buco nero” il progetto del quale si discute in questi giorni nelle aule parlamentari dimostra di averlo.

Ciò premesso, però, una domanda sorge quasi spontanea: perché – e, soprattutto, per colpa di chi – la questione è arrivata ad assumere dimensioni così rilevanti come quelli attuali?

Da una parte si sono schierati i garantisti (ma anche qualche “diretto interessato”: noi lo riconosciamo, Marco Travaglio e similari no), dall’altra quelli che, senza il testo di qualche intercettazione, non saprebbero mai come campare: giustizialisti, veline delle procure o pm che siano.

Allora, se ad oggi ci troviamo in questa stravagante situazione, di chi è la colpa? In altri termini, siamo davvero convinti che tutte, ma proprie tutte, le responsabilità siano dalla parte dell’attuale maggioranza di governo, del Presidente del Consiglio dalla stessa nominato e del Guardasigilli di turno? Siamo davvero certi che la discussione in atto nelle aule parlamentari sulla materia non sia di frutto di un utilizzo del mezzo tecnico (cioè delle intercettazioni telefoniche) del quale si è usufruito in modo esasperato, sia da parte degli inquirenti che da parte di alcuni cortesi “velinari” correi? E chi potrebbe mettere la mano su un fuoco ardente che il rendere noto il contenuto di alcune conversazioni telefoniche non sia stato utile (nel passato e nell’attualità) ad accrescere la notorietà di togati di provincia e cronisti in cerca di gloria? Vogliamo discutere delle mastodontiche produzioni “letterarie” (diritti d’autore inclusi) sfornate sulla materia e, tanto per essere precisi, grazie ai contenuti delle intercettazioni telefoniche?

Se per libertà di stampa si intende la necessità di sputtanamento (politico e non solo) a tutti i costi, noi siamo tranquillamente dall’altra parte: e lo siamo pur ammettendo che (a differenza - lo ripetiamo - dei vari Travaglio, Di Pietro, Santoro e compagnia citando i quali, non appena sfiorati da un qualche servizio scritto a loro non gradito, non esitano a querelare la testata che ne pubblica i contenuti), dal punto di vista del testo che si sta discutendo, si poteva certamente fare di meglio. Però l’uso delle intercettazioni telefoniche (o l’utilizzo dei tabulati delle conversazioni telefoniche) per riempire un certo numero di pagine e vendere qualche copia in più, per generare un tomo di dimensioni stratosferiche o per rovinare qualche avversario politico, non era più ammissibile: tra i due, è meglio il male minore e cioè il testo di legge attualmente in discussione. Qualcosa andava fatto e la strada imboccata (sia pur non perfetta) è evidentemente quella giusta, perché altrimenti tanti “allarmi per la democrazia” non venivano lanciati.

Anche il Fatto Quotidiano ha perso la trebisonda e l’altro giorno ha pubblicato, in prima pagina, Marco Travaglio che sosteneva che il termine massimo degli ascolti è di 75 giorni «con proroghe di due alla volta», mentre in terza pagina Bruno Tinti scriveva che l’intercettazione può continuare «per altri tre giorni». Due o tre che siano (sono tre, stavolta ha toppato Travaglio), dal Fatto queste gaffes uno non se le aspetta proprio: Alfano, appunto, sembra avere colpito nel segno.




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Scusa Luca
post pubblicato in Diario, il 10 giugno 2010


L’ospedale di Nocera Inferiore, per nostra fortuna, non lo conosciamo. Sappiamo soltanto che dal quel nosocomio è stato sottratto alla propria mamma un bimbo (si chiama Luca) che era venuto al mondo da circa tre ore. Insomma una di quelle piccole creature che hanno bisogno soltanto di una cosa: la vicinanza con chi l’ha messa al mondo.
E invece, nel reparto di quel nosocomio campano, si è presentata una donna – indossando il camice tipico del personale infermieristico – che ha sottratto alla mamma il piccolo appena nato con la scusa di condurlo al nido. E invece sono scomparsi, la mascalzona ed il nascituro. Per fortuna tutta la vicenda si è risolta positivamente nel giro di poche ore.

Uno schifo, una vergogna e, se volete, anche un po’ di sgomento: soprattutto perché siamo venuti a sapere, con questo episodio, che ci sono squilibrati che tranquillamente girano ovunque (negli ospedali ma non solo) senza che nessuno, ma proprio nessuno, alzi un dito per fermare le loro inqualificabili gesta. Basaglia – pace all’anima sua – non ce ne voglia. E ci generano anche un po’ di voltastomaco tutti quelli che (dipendenti medici, primari o vigilanza) non si sono neppure chiesti chi mai fosse quella donna a loro sconosciuta che stava uscendo dall’ospedale con in braccio un bimbo nato da poche ore: anche un parcheggiatore abusivo (preso ad esempio perché, di regola, la categoria alla quale appartiene ha poco a che fare con la neatologia) si sarebbe accorto di qualcosa di anomalo. Loro invece niente: e non stiamo parlando di un ospedale romano, napoletano o milanese (dove migliaia di dipendenti si aggirano per i locali, talvolta neppure sapendo il perché): stiamo parlando di Nocera Inferiore, uno di quei centri dove, quando è “utile” (e spesso non nel senso più positivo…) tutti si conoscono o, se serve, fanno anche finta di non vedere. Come non hanno “visto” alcunché le telecamere di sicurezza che sembrerebbero essere guaste da più di tre mesi. Ci sembra di essere in Calabria dove, almeno a leggere le notizie dai giornali, entri in un ospedale (o, almeno, in buona parte di essi) affetto da qualche patologia ma vivo, e ne esci “in orizzontale”.

Attenzione, la questione non riguarda solo ed esclusivamente la sanità del meridione d’Italia, non concerne solo Loiero o Bassolino. Anni fa, chi scrive ha realizzato, per un’altra testata giornalistica, un servizio in un ospedale medio-piccolo dell’Italia centrale “mascherandosi” da operatore sanitario: zoccoli bianchi (imitazione a buon mercato del prodotto di marca) e semplicissimo camice gentilmente prestato da “complice” interno. Tranquillamente, sempre il sottoscritto al quale da fastidio anche una goccia di sangue, ha avuto la possibilità di aggirarsi in corridoi, camerate, stanze singole e servizi, senza che nessuno si fosse posto il problema: ma questo chi è?

Eppure i dipendenti pubblici – soprattutto se impegnati in un settore, come la sanità, dove un minimo di “se stessi” dovrebbero anteporlo alla mera timbratura del cartellino di presenza – potrebbero anche essere orgogliosi di rappresentare lo Stato, i suoi servizi, la sua assistenza. E invece… E invece, scusa Luca, ci scusiamo a nome di questi ceffi, per quello ti hanno fatto vivere: stai tranquillo, non sono tutti così.




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Tutti vittime dei tagli? Non gli europarlamentari
post pubblicato in Diario, il 8 giugno 2010


Tutti, ma proprio tutti, stanno partecipando ai grandi sacrifici nazionale che ci toccano e alla corsa a dare l’oro alla patria. I calciatori? Forse pure loro. I grandi papaveri della Rai? Un taglietto del 3 per cento sui mega stipendi parrebbe che lo subiscano. Lo yacht di Briatore? Tagliato anche quello. Per non dire degli statali, le solite vittime, o i medici e anche i magistrati che però recalcitrano.

La scure dei sacrifici si abbatte di qua e di là. Ma qualcuno nuota felicemente in questa valle di lacrime. Gli europarlamentari si sono appena votati una leggina ”ad personas”. E’ molto semplice, e molto chiara. Prevede un aumento di stipendio di 1.500 euro al mese. La loro busta paga passerà da 17.864 a 19.364 euro. Si prega di evitare commenti.

 

Mario Ajello – Il Messaggero


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Quali regole?
post pubblicato in Diario, il 8 giugno 2010


Si è chiesto l’altro giorno Marco Patimento (alias Travaglio, ma il fastidio è il medesimo) dalle colonne del Fatto Quotidiano: «è utile sapere, e subito, che Zampolini tira in ballo a vario titolo Prodi, Rutelli, Veltroni (eventuali “segnalatori” di professionisti ingaggiati dalla Protezione civile) e Di Pietro (presunto destinatario di due alloggi di Propaganda  Fide  grazie ai buoni uffici di Balducci)? Secondo noi sì». E, a seguire, vengono descritti (naturalmente per capi assai sommi) i motivi di questa (presunta) certezza.

Invece chi (come noi) è poco avvezzo al gossip giustizialista, ha la presunzione di ritenere che pubblicare qualsiasi cosa, molto spesso, rischia di trasformarsi in un processo pubblico a soggetti che (altrettanto spesso), successivamente e nei luoghi preposti e cioè le aule giudiziarie, risultano essere completamente innocenti. E a quel punto, dai gossippari giustizialisti modello Patimento, non giunge mai né una scusa, né un ravvedimento e nemmanco un articolo in prima pagina.

Anche perché quelli che dicono di battersi per la libertà di stampa, quando i quotidiani pubblicano qualcosa che li riguarda direttamente, si incazzano (ci si scusi l’eufemismo) e querelano. Per esempio, Antonio Di Pietro, il sodale del Patimento di cui sopra, quando legge che lo Zampolini “della cricca” ha parlato in un interrogatorio anche di lui, si incavola e spara querele e giudizi sommari che lo portano, tra l’altro a sostenere: «Le accuse nei miei confronti sono talmente false e costruite ad arte che se ne sarebbe accorto anche un bambino. Sono state però pubblicate, con grande rilievo, da tutti i giornali nazionali. Se la notizia è palesemente falsa e ad essa si dedicano, pagine, approfondimenti e commenti da parte di politici condannati in via definitiva la responsabilità va ricondotta sia a chi dirige questi giornali, sia a chi dirige i direttori dei giornali. E mi riferisco ai consigli di amministrazione che rappresentano aziende e gruppi di potere in palese conflitto di interessi con la libertà di informazione. In Italia – prosegue l’onorevole Antonio Di Pietro - l’informazione viene decisa dalle lobby e pagata in parte, con l’ammirevole eccezione di qualche quotidiano tra cui Il Fatto Quotidiano, dalle tasse dei cittadini. La domanda da porsi è quindi: “A chi dà fastidio la politica di Italia dei Valori? E quali interessi colpisce l’attività di denuncia continua dell’Italia dei valori? E quali il nostro contro programma di eliminazione degli sprechi al posto dei tagli da macelleria sociale del governo?”».

L’intervento del Di Pietro, oltre al solito attacco al Cavaliere, dedica spazio poi ad una certezza: «Se l’informazione dei quotidiani nazionali, finanziata dai contribuenti per mano dei politici, è di così bassa lega, allora così come per il canone Rai, non vale la pena pagare un solo cent né per stamparli, né per comprarli». E vada a ramengo, aggiungiamo noi, la libertà di informazione che è tale  - almeno nella perversa interpretazione di questi signori – soltanto quando rende note, ad esempio, le telefonate del Cavaliere o gli sms affettuosi tra Ricucci ed Anna Falchi. Ma guai a far sapere i contenuti di una deposizione: peggio ancora se la stessa riguarda “gli amici”. In questo caso i giornali possono anche chiudere i battenti.
«Quando Berlusconi finirà, e finirà, bisognerà riscrivere – sostiene ancora Di Pietro - le regole dell’informazione, degli operatori dell’informazione, dei finanziamenti dell’informazione, dei conflitti di interessi del mondo dell’informazione. Gli azionisti dei giornali devono essere i lettori, non i gruppi immobiliari, bancari, industriali, come avviene per i più blasonati e noti quotidiani nazionali». Le stesse testate giornalistiche, aggiungiamo noi, che lo “fiancheggiavano”, ad esempio, nell’operazione politico-giudiziaria denominata Mani Pulite: ma in quel caso, Di Pietro, non si poneva di certo il problema di “riscrivere le regole dell’informazione”.




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Di Pietro e le verità bugiarde
post pubblicato in Diario, il 7 giugno 2010


Antonio Di Pietro è straordinario. Sia detto senza ironia e nel senso più letterale del termine: fuori dal comune. Negli anni è riuscito, infatti, a fabbricare e a far accettare alla maggior parte degli organi di informazione due realtà, governate da regole assolutamente in antitesi tra di loro. Una si applica all’universo mondo; l’altra a Tonino e ai suoi (pochi) amici.
Ieri il leader della sedicente Italia dei valori ne ha fornito l’ennesimo esempio. Attaccato dal Corriere della Sera che, con qualche anno di ritardo, gli chiedeva conto di alcune delle innumerevoli ombre che caratterizzano il suo multiforme percorso, l’ex magistrato più famoso d’Italia ha preso carta e penna e si è esibito in uno dei suoi pezzi forti: la risposta perentoria-omissiva. Una lunga spataffiata piena di mezze verità. Qualche esempio a caso.
«Non sono affatto stato convocato dai magistrati di Firenze con “tanto di apposito decreto di notifica”», scrive il Tonino nazionale. Sembra una smentita senza possibilità di replica, in realtà è un trucco verbale. La traduzione è: «Sono stato convocato, ma NON con apposito decreto». Peccato che Di Pietro, il giorno che era stato interrogato in merito ai suoi rapporti con la «cricca», avesse sbandierato ai quattro venti tutt’altra versione: «Mi sono presentato spontaneamente, sono un testimone d’accusa». Notare che questa figura nel processo italiano non esiste, l’ex pm l’ha presa pari pari dai telefilm americani ma, salvo pochissime eccezioni, la stampa di cui tanto si lagna gliel’aveva data per buona. Oggi, nel suo modo contorto, ammette che era una bufala.
«Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo», proclama il Grande Moralizzatore, specificando di aver concluso l’università nei quattro anni previsti. Già, ma l’anomalia era un’altra: aver sostenuto in appena 32 mesi ben 22 esami, tra i quali diritto privato, diritto pubblico, diritto amministrativo. Un’impresa al limite dell’umano, chiedere per conferma a qualsivoglia studente di Giurisprudenza.
«Le accuse circa i miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia». Certo, gli ex colleghi sono stati benevoli con Di Pietro. Ma ciò non toglie che quei favori dai suoi inquisiti (soldi a tranche di 100 milioni, pied à terre a disposizione, incarichi e consulenze per parenti e amici e via elencando) non sono affatto «presunti». Ci sono stati, sono agli atti: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», è scritto nella sentenza.
E qui siamo al cuore del problema. Delle sentenze Di Pietro (così come il suo aedo Travaglio, che anche ieri sul Fatto quotidiano si è lanciato in una incespicante difesa dell’eroe) prende quel che gli fa comodo. Se, come in questo caso, dà ragione a lui, allora va bene il risultato finale: sono stato assolto, inutile andare a vedere i dettagli. Se invece l’assoluzione di altri non gli garba, allora eccolo spaccare il capello in quattro, scavare nei dispositivi alla ricerca della parolina accusatoria. O dare del corruttore a persone in realtà mai condannate per corruzione.
È il sistema Di Pietro: giustizia sommaria per gli avversari, ipergarantismo per se stesso. Ha fatto la tricoteuse ai piedi della ghigliottina mentre i giornali facevano sfilare chiunque fosse venuto a contatto con la «cricca». Quando è toccato a lui, interrogato a Firenze, ha fatto il furbo. Ma quando la lista Anemone gli è entrata, è il caso di dirlo, in casa, con gli appartamenti di Propaganda Fide assegnati al suo braccio destro Silvana Mura e al giornale del suo partito, allora Tonino-Robespierre è esploso. E si è rifugiato nella sua seconda vita.
«Se l’informazione dei quotidiani nazionali è di così bassa lega allora non vale la pena pagare un solo cent né per stamparli né per comprarli», ha tuonato l’uomo che va in piazza per difendere l’informazione libera. «Querelo!», ha strillato il recordman delle querele ai giornali che per protestare contro la querela a un giornale (ma l’aveva fatta Berlusconi a Repubblica...) ha fatto processare l’Italia al Parlamento europeo.

«Se la notizia è falsa e ad essa si dedicano pagine, approfondimenti e commenti, la responsabilità va ricondotta sia a chi dirige questi giornali sia a chi dirige i direttori dei giornali», ha scritto il paladino della libertà di stampa di cui sopra. Ma chi lo dice che la notizia è falsa? Perché se l’architetto Zampolini parla di casa Scajola è un evangelista, mentre se parla di casa Mura è un volgare mentitore? E perché i quotidiani che fino a ieri Tonino definiva «minacciati dalla legge bavaglio» dovrebbero tacere proprio quell’informazione e non altre?
Ma il capolavoro dipietresco deve ancora arrivare. Gustatelo in tutte le sue doppiopesistiche sfumature: «È in malafede chi accomuna la mia situazione, di pura diffamazione, a quella di persone le cui accuse devono sì essere provate in un tribunale, ma sono largamente documentate da intercettazioni e testimonianze incrociate». Intercettazioni come quella degli «incriccati» Fusi e Bartolomei che tirano in ballo l’ex ministro Di Pietro. Testimonianze come quella di Zampolini che parla delle case Anemone per l’Idv. Ma dimenticavamo: qui siamo nell’altra realtà, quella dove il sospetto non è l’anticamera della verità, quella dove i giornali devono mettersi il bavaglio da soli. La realtà che vale solo per Tonino e C.

Massimo De Manzoni – Il Giornale, 7 giugno 2010

 

 


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I bimbi del Fatto
post pubblicato in Diario, il 4 giugno 2010


E' innegabile che il Fatto Quotidiano ci fornisca periodicamente degli spunti: non è nostra responsabilità, sono loro che molto spesso – pur di vendere qualche copia in copia – le sparano grosse, spesso più di loro stessi. Ma non è questo il caso perché stavolta hanno scritto (e predicato) tutto il contrario che poi in realtà loro stessi mettono in pratica.

E così, qualche tempo fa, ecco la mezza pagina di retorica stavolta dedicata all’utilizzo dei minori (e della loro immagine) per campagne pubblicitarie e quant’altro: un “uso” da aborrire (secondo la testata diretta da Padellaro) soprattutto se l’utilizzo di piccoli riguarda la pubblicità, quindi le società che se ne occupano, quindi le reti televisive che soprattutto si reggono in piedi grazie ai contratti pubblicitari, quindi…va bé avete capito: alla fine, Berlusconi è un pedofilo e permette lo sfruttamento dell’immagine di minori per vendere prodotti. Non lo hanno scritto esplicitamente, ma il senso “nascosto” era questo.

Però, quando poi ci si accorge (con impressionante frequenza, manco fossimo a consultare le pagine del Corriere dei Piccoli), sulla penultima pagina del travagliesco giornale, l’avvicendarsi quasi quotidiano delle foto di bimbi che si dicono (?) orgogliosi del Fatto, allora no (per dirla con l’amico loro) “non ci stiamo!”.

Abbiamo di fronte la pagina 19 dello scorso martedì 1 giugno e la quotidiana finestrella dedicata all’Abbonato del giorno. All’interno la foto di una piccola creatura che mostra, rimanendone quasi incartata, una prima pagina della testata manettara. Riportiamo il testo:«Ciao! Mi chiamo Caterina, ho due mesi (a giudicare dalla foto la bimba sembra più grande, ndr), vivo ad Alessandria. Il nonno mi compra “Il Fatto” tutti i giorni e babbo e mamma me lo leggono. Voglio diventare ‘grande’ come voi e con voi. Continuate così». Da tutto ciò si deduce che: 1-Nelle zone di Alessandria si aggira un nonno (sul quale, evidentemente, l’avanzare dell’età ha prodotto effetti devastanti e irreparabili) che alla propria nipotina, anziché dei giochi per renderle l’infanzia spensierata e felice come è giusto che sia, regala la copia di un quotidiano e, per di più, compie questo sconveniente rituale con cadenza quotidiana. Se la piccola Caterina fosse un maschietto avrebbe fin da piccolo i cabasiti frantumati, sia dal nonno che dal suo giornale; 2-La piccola vittima, anziché con dolci cantilene e soavi letture di favole, è costretta magari anche ad addormentarsi con la lettura (fatta, per di più, dai perfidi genitori) di un editoriale di Marco Travaglio e questo non renderebbe felici neppure i sonni di un pesce rosso; 3-La bimba già è consapevole di voler crescere “come” e “con” il Fatto e ciò dovrebbe essere sufficiente per mettere in allarme il mondo della pediatria nazionale ed europea; 4-La medesima bimba – aggravante non indifferente – augura alla testata giornalistica di “continuare così”: proteggiamo l’interessata ma, soprattutto, curiamone fin da subito la psiche prima che sia troppo tardi.

In conclusione due appelli.

Il primo rivolto al Telefono Azzurro: “Fate un po’ voi…”.

Il secondo indirizzato alla redazione del Fatto Quotidiano: “Per piacere, proponete meno pistoloni, soprattutto quando siete i primi a non credere in ciò che scrivete”. Grazie.




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GdF all’arrembaggio
post pubblicato in Diario, il 3 giugno 2010


Sarà l’indagine in corso a stabilire se Flavio Briatore sia davvero colpevole di contrabbando e frode fiscale. Quello che, invece, finora è praticamente certo è che l’operazione messa in atto dalla Guardia di Finanza per sequestrare lo yacht causa “del contendere” rassomigliava più all’abbordaggio in stile pirata che non un normale fermo (e successivo sequestro) di un natante. E che la Gregoraci (con relativo bimbo in fasce) sia stata fatta scendere dall’imbarcazione come si farebbe con un mafioso beccato a navigare pur essendo latitante, è un altro dato di fatto. Come lo è la visita della moglie e del figlio di un graduato della Finanza a bordo dello yacht quasi quello scafo costituisse un trofeo di caccia: avvenimento al limite dell’insulso e del vergognoso al tempo stesso. Come indegne sono state le immagini (con tanto di marchio della Guardia di Finanza) distribuite alle televisioni perché si ampliasse la risonanza dell’evento; immagini che, come ha evidenziato l’altro giorno il senatore Riccardo Villari, «se erano parte dell’indagine, è stato violato il segreto istruttorio. Se non era così, quantomeno c’è stato un abuso d’ufficio».

La famiglia Briatore fa sapere che il trauma scaturito dall’assalto dei finanzieri all’imbarcazione ha causato, tra l’altro, la perdita del latte che la mamma (succede anche nel mondo dei Vip) usava per nutrire il “briatorino”: non sappiamo se ciò sia accaduto per davvero, ma la cosa può essere più che plausibile. Come è piuttosto verosimile ritenere che, in questo show di fronte alle coste di La Spezia, qualcuno degli arrembanti abbia un po’ esagerato. Perché alcune esagerazioni a beneficio dello spettacolo, dovrebbero essere comunque bandite, anche a prescindere dalla classe sociale (e dalla notorietà) di chi le subisce: di fronte alle esasperazioni degli atteggiamenti, chi le subisce passa, quasi per istinto, sempre dalla parte della ragione perché, appunto, vittima di un abuso.




permalink | inviato da Perry il 3/6/2010 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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