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di Gianluca Perricone
E la colpa sarebbe di Brunetta?
post pubblicato in Diario, il 13 agosto 2008


Ieri mattina il sito Corriere.it riportava una notizia il cui titolo recitava testualmente: «Trenitalia licenzia 8 dipendenti: uno timbrava per tutti. E’ polemica».

In breve i fatti così come descritti nell’articolo (ancora testualmente): «Otto dipendenti di Trenitalia sono stati licenziati in tronco: uno di loro è stato sorpreso da un superiore mentre timbrava i cartellini degli altri sette colleghi, che in quel momento erano in quel momento in procinto di salire su un treno per tornare a casa in anticipo. È accaduto nell'officina di piazza Giusti, nel quartiere genovese di San Fruttuoso. Il capoufficio, sequestrati i cartellini, aveva riferito l'episodio alla direzione dell'azienda. Dopo circa un mese dalla denuncia, per gli otto lavoratori, cinque operai esperti e tre apprendisti assunti a tempo determinato, è scattato il licenziamento senza preavviso».

Non so dire se il provvedimento è proporzionato rispetto all’illecito (perché di illecito comunque si tratta) commesso, né se lo stesso è stato dai protagonisti compiuto altre volte. Però, così a sensazione, mi sembra ingiusto che ancora esista qualcuno (il cui stipendio, per di più, viene pagato da noi contribuenti) che possa passare tranquillamente a fine mese per l’incasso senza meritarselo. Se poi si riflette su quante persone sono in giro a cercare lavoro, beh otto posti vuoti in più fanno assai comodo.

E passiamo alle polemiche che l’episodio ha scatenato. Ancora testualmente da Corriere.it: «Il caso ha sollevato polemiche a Genova tra i colleghi degli otto licenziati, che, pur riconoscendo la gravità dell'illecito, ritengono l'interruzione del rapporto di lavoro una misura non proporzionata all'infrazione commessa e accusano il ministro Brunetta: le sue campagne contro i fannulloni avrebbero influenzato la decisione di Trenitalia nei confronti degli otto dipendenti».

Ma come c’è gente che truffa, che come si suol dire “ruba lo stipendio”, e la colpa sarebbe di Brunetta? Invece di prendere a ceffoni i lestofanti e assenteisti, ci si arrabbia verso le campagne contro i fannulloni del ministro? Delle due una: o i colleghi degli otto pelandroni lo sono altrettanto e sono entrati nel panico, oppure i compagni di lavoro del gruppetto non hanno capito nulla della vicenda: in entrambi i casi verrebbe quasi da augurarsi che si liberasse qualche altro posto utile per chi ha più voglia di lavorare e, magari, attualmente non ne ha la possibilità.


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No, non ce l’ho con lui
post pubblicato in Diario, il 12 agosto 2008


Ma perché, mi chiedo, alcuni dei lettori di questo spazio si ostinano a sostenere che io ce l’abbia con Antonio Di Pietro: non è vero. Diciamo che sono un po’ stufo di avercela con i moralisti fasulli, quelli insomma che ancora dimostrano (o fanno finta)  di non conoscere il rapporto tra l’altrui pagliuzza e la propria trave.

Il Nostro, qualche giorno fa, ci ha fatto sapere di voler sporgere querela (al fine di ottenere un cospicuo risarcimento danni) contro Il Giornale reo di aver ripreso un’inchiesta pubblicata da La voci delle Voci sugli affari immobiliari da lui condotti. A me (evidentemente disattento) non risulta che l’ex pm abbia intrapreso simile iniziativa contro il sito campano: il leader-padrone dell’IdV punta direttamente in alto, laddove sa di riscuotere in modo più cospicuo.

E così, l’altro giorno, quando lo stesso Giornale ha riportato una intervista di Felice Manti ad Elio Veltri (ex Idv che, come Occhetto e Chiesa, hanno lasciato per motivi “vari ed eventuali” il partito del manettaro), mi sono subito chiesto: ma Mario Giordano è forse a capo di un progetto per far arricchire Di Pietro?

E allora vai sul blog giustizialista per antonomasia per leggere il medesimo proclama apparso qualche giorno prima e del quale cito qualche estratto (riporto testualmente): «E' un’attività, a più mani per la verità, di "sporca disinformazione" per la quale già negli anni passati molti dei protagonisti, anche attuali, sono già stati condannati da vari Tribunali per diffamazione e/o calunnia. Così è avvenuto nel 1994 con il "dossier Gorrini" contestualmente alle mie dimissioni da PM, così è avvenuto nel 1996 con il "dossier D'Adamo" e, soprattutto, con il dossier "Fonte Achille" che hanno portato alle mie dimissioni da Ministro. Da queste attività di dossieraggio mi sono sempre difeso nelle sedi giudiziarie proprie e molti protagonisti di ieri e di oggi hanno già dovuto pagare fior di denaro per risarcimento danni. A quelli de "Il Giornale" che chiedono dove ho preso i soldi per comprare alcuni immobili, rispondo che sono stati acquistati, oltre che con i soldi miei e di mia moglie o con i mutui, anche con i soldi che "Il Giornale" ha già dovuto sborsare negli anni per le innumerevoli diffamazioni perpetrate ai miei danni».

La consultazione dello spazio internet dell’ex pm, laconicamente, non faceva alcun riferimento né a Veltri, né a Manti, né all’editore della testata: il giorno in cui è stata pubblicata l’intervista, il trattorista scriveva (a modo suo) di sicurezza, il giorno dopo di “Medellin nel Mediterraneo”, il giorno dopo ancora – complice il recidivo Travaglio – il blog offriva un atto di accusa postumo ai danni dell’appena defunto Antonio Gava, poi (e siamo a tre giorni dalla pubblicazione dell’intervista a Veltri) di Alitalia.

Forse stavolta Il Giornale (e lo stesso Elio Veltri) si salva.


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Ma per Di Pietro e Travaglio le sentenze sgradite non valgono
post pubblicato in Diario, il 12 agosto 2008


In qualche nazione europea il negazionismo è reato. Ci si va in galera. Una misura che indigna tutti coloro che hanno a cuore la libertà di pensiero e di parola, su questo non ci piove. Però in certi casi risulterebbe una mano santa. Servirebbe, intanto, per dare una calmata a Tonino Di Pietro e a Marco Travaglio, negazionisti cocciuti e protervi.
È morto Antonio Gava. Morto innocente - tale riconosciuto con sentenza definitiva - dopo anni di tormente giudiziarie che non gli risparmiarono carcere e gogna mediatica. Così incolpevole che lo Stato verserà, agli eredi, 200mila euro «per il danno subito dall’ordinanza cautelare e dal processo per concorso esterno in associazione camorristica conclusosi con l’assoluzione». E quei Bibì e Bibò delle manette, niente. Insistono nel negare l’innocenza di Gava. «Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la camorra - scrive Di Pietro a cadavere ancora caldo - non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della stagione del giustizialismo».
E per dimostrare che così non è, che Gava non fu vittima del giustizialismo, ma un delinquente comune, un camorrista della peggior risma, l’ex magistrato, che con la penna poco ci va d’accordo, lascia il campo a Marco Travaglio riportando per filo e per segno l’articolo scritto da questi - a cadavere ancora caldo - per l’Unità.
Parrebbe strano, quasi contro natura, che sia Bibì sia Bibò, sempre a ripetere che le sentenze sono sentenze, che dura lex sed lex, che chi non prende rispettosamente atto del verdetto di un Tribunale compromette la dignità, l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, facciano carta straccia della sentenza Gava. Ma il negazionista non si ferma neanche davanti alla propria coscienza e gli viene spontaneo, naturale, affermare che l’assoluzione per non aver commesso il fatto non conta. Non fa testo. Fanno testo, invece, le motivazioni di quella sentenza che è sì di assoluzione, ma nei fatti di condanna.
Le così dette «sentenze creative», quelle cioè che insinuano la colpevolezza dell’imputato finito assolto per assoluta mancanza di prove o indizi a carico, sono il pane per i manettari e negazionisti alla Di Pietro e alla Travaglio. Con la complicità - certamente involontaria, ci mancherebbe - del magistrato possono infatti seguitare a scaricare palate di sterco giustizialista sulle loro vittime, e ridersela.
Scrive Travaglio. Bravi, voi, che credete innocente Gava solo per quella bagatella dell’assoluzione. Sentite cosa si legge, nella motivazione, aprite le orecchie: «Appare evidente che la consapevolezza da parte dell’imputato dell’infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell’imputato nel sistema medesimo». Compenetrazione, ovvero complicità.
Dunque, Antonio Gava era un camorrista. Consapevole (al pari di Travaglio e di Di Pietro, ben al corrente ed anzi, consapevoli che così stanno le cose) dell’infiltrazione camorrista nella politica campana. Ergo, camorrista. Però assolto, proprio da colui che ne sottintenderebbe la colpevolezza, per-non-aver-commesso-il-fatto. È la giustizia che piace ai manettari, ai Travaglio e ai Di Pietro, la giustizia fai da te.

Paolo Granzotto – Il Giornale, 12 agosto 2008


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Perché i morti georgiani valgono meno
post pubblicato in Diario, il 11 agosto 2008


Sarà il Ferragosto, sarà che la Russia è abbastanza ex comunista da imbarazzare la sinistra, e abbastanza dell’«amico Putin» da tener buona la destra, fatto sta che la guerra di aggressione in Georgia non genera neanche un briciolo dell’indignazione e delle proteste che un altro aggressore, uno qualsiasì, avrebbero scatenato. Ve la ricordate la guerra del Libano? Lì sì che l’aggressore fu inchiodato alle sue responsabilità dal tribunale degli amanti della pace, sempre memori della nostra Costituzione che ripudia la guerra. Massimo D’Alema, allora ministro degli esteri bollò l’attacco israeliano come una «reazione sproporzionata», più o meno le stesse parole che ora Bush ha usato contro il Cremlino. Un commentatore di solito molto severo nei confronti di Israele, come Sandro Viola su “Repubblica’ interpreta invece oggi la guerra di Putin alla stregua di una «guerricciola utile», un strumento diplomatico come un altro per far sentire la propria voce al prezzo di qualche migliaio di vite umane. Per non dire dell’Iraq: l’invasione di uno stato sovrano, seppur retto da un dittatore, mobilitò allora grandi masse popolari e grandi fanfare intellettuali entrambe protese a fermare l’aggressore, colpevole di uccidere per il petrolio nascondendosi dietro i diritti umani. Si potrebbe chiosare che, al solito, solo le guerre americane e israeliane meritano di essere condannate, perché tutte le altre hanno cause e spiegazioni storiche, ma solo quelle a stelle e strisce o con la stella di Davide nascono da pura malvagità imperialistica.
Eppure, anche una tale interpretazione dell’assordante silenzio di queste ore sui morti georgiani non racconterebbe tutta la verità Perché perfino quando la Cina aggredisce, come è accaduto in Tibet, qualcuno pronto a indignarsi si trova (grazie anche alla iniziativa di questo piccolo giornale); anzi si esagera, dipingendo la Cina come il nuovo impero dal male (cosa che non è, come ci ha utilmente ricordato in un intelligente articolo il nostro inviato a Pechino, Giuliano da Empoli, proprio qualche giorno fa sul “Riformista”).
Dunque l’indifferenza per l’aggressività russa non è solo il retaggio del vecchio vizio italico dell’indignazione selettiva e a orologeria.
C’è qualcosa di più. Che si legge in controluce nell’imbarazzo del governo italiano, diviso tra l’amico Bush e l’amico Putin, e nell’equidistanza di quel po’ di Europa politica che è rimasta. Certo, conta anche il carattere dell’aggredito di turno. Che non è proprio uno stinco di santo. Morire per Tbilisi è già difficile di suo;figurarsi se a Tbilisi siede un tipo come Saakashvili, un mezzo avventuriero che ha giocato d’azzardo contro i separatisti osseti sostenuti da Mosca, e che ora rischia di perdere guerra e potere di fronte alla risposta violenta e spregiudicata del Cremlino. Però è difficile negare che le truppe russe stanno sparando e bombardando e uccidendo sul territorio di un altro stato sovrano, e qualsiasi siano le responsabilità dell’aggredito dovrebbe essere chiaro chi è l’aggressore, e da quale arroganza imperiale è mosso. Invece la comunità internazionale non riesce nemmeno a imporre un cessate-il-fuoco. Si ha l’impressione che la vita umana in Georgia valga molto meno di quanto già poco vale in Tibet e in Libano. E c’è da chiedersi perché.
La prima spiegazione è che la Russia ci fa paura. Perché confina con noi: la guerra in corso si svolge esattamente nella terra di nessuno che la separa dall’Unione Europea, lì dove passa la giugulare degli oleodotti che portano il gas e il petrolio nelle nostre centrali elettriche. E’ anzi una guerra per definire il nuovo confine tra Occidente e Oriente. E per quanto Saakashvili si faccia riprendere con la bandiera dell’Unione europea alle spalle, e ambisca a raggiungerci nella Nato, non c’è dubbio che le capitali europee baratterebbero senza esitazioni la sua scelta per l’Occidente con un po’ di benevolenza della Russia, lasciandola giocare nel suo giardino di casa come meglio gradisce. Questa è l’Europa, e si può dire che questa è sempre stata: un matrimonio di convenienza, che l’orgoglio e l’idealità non hanno mai riscaldato.
Ma c’è un ‘altra riflessione da fare, un po’ più allarmante: in questo momento non c’è l’America sulla scena del mondo. E quando non c’è il gatto i topi ballano, nel senso che ogni avventura militare diventa possibile. L’America non c’è perché a Washington c’è un’anatra zoppa, a fine mandato, scottata dal suo eccessivo entusiasmo per Saakashvili cui ora non può dare alcun seguito e aiuto concreto, e non si sa se il suo successore sarà il decisamente anti-russo McCain o il decisamente cauto Obama. Abbiamo cominciato a vivere i sei mesi più pericolosi da molti anni a questa parte. Ogni giocatore del Risiko mondiale sa che questo è il momento per conquistare territori e posizioni più avanzate, prima che il ritorno di un inquilino con regolare contratto alla Casa Bianca redistribuisca le carte. Dal che anche i più rottosi dovrebbero dedurre che senza l’America, anche momentaneamente senza l’America, il mondo è un posto maledettamente più pericoloso.

Antonio Polito – Il Riformista, 11 agosto 2008

 


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Il prezzo dei giochi
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2008


Come sempre ci appassioneremo all’impegno agonistico di tutti gli atleti per superare se stessi e l’avversario. Come sempre faremo naturalmente il tifo per gli «Azzurri», e come sempre sentiremo qualcosa muoversi dentro di noi ogni volta che vedremo il tricolore salire sul pennone accompagnato dall’inno di Mameli. Ma anche assistendo ad una gara sportiva e tifando per i «nostri» non potremo certo smettere di essere interamente noi stessi. E perciò di considerare le Olimpiadi non soltanto un insieme di gare e di record, di accoglienza efficiente e di impianti strepitosi: da molto tempo, infatti, esse sono pure qualcos’altro. A decidere dove si tengono, è ogni quattro anni il Comitato olimpico internazionale (Cio) — un gruppo di signori discretamente avidi, con un passato macchiato da numerosi episodi di corruzione, e comunque orientati a prendere le proprie decisioni fondamentalmente in base ai proventi ricavabili dalle sponsorizzazioni e dalla vendita dei diritti televisivi. Non meraviglia che non abbiano nessun problema a far cadere la loro scelta su regimi dittatoriali: sono proprio questi, infatti, che, se vogliono, possono spendere più soldi e dunque far riuscire più grandiosa e spettacolare la manifestazione, rendendola così più reclamizzabile e appetibile. Il perché è facile da indovinare: i regimi di questo tipo sono i più interessati al profitto politico ricavabile dall’investimento olimpico. La scelta della Cina è stata perciò una scelta avveduta: un grande Paese in crescita impetuosa e con una quantità di risorse da spendere, un regime sicuro del fatto suo ma spasmodicamente bisognoso di far dimenticare le proprie brutture. All’oligarchia comunista cinese i Giochi olimpici servono soprattutto a questo, come un belletto. E chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa?

Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico (va bene: anche, ma è un anche pesante come un macigno). In questo caso servono a nascondere l’altra faccia del miracolo cinese: la repressione spietata delle minoranze nazionali e di qualunque richiesta di diritti politici e sindacali, il record mondiale delle esecuzioni capitali, il sostegno ai regimi più impresentabili del pianeta (dalla Birmania allo Zimbabwe, al Sudan), lo sfruttamento bestiale nelle fabbriche, le condizioni miserabili di tanta parte delle campagne, la catastrofe ecologica diffusa; e infine la presenza al vertice di una casta chiusa e corrottissima.

Lo sviluppo economico cinese ha costi umani, sociali e politici orribili, ed è per nascondere questi costi che sono state organizzate le Olimpiadi di Pechino: distruggendo le abitazioni di migliaia di famiglie per far posto agli stadi, deportando fuori città decine di migliaia di persone per ragioni di «ordine pubblico», in pratica sottoponendo da tempo la capitale cinese ad un vero e proprio stato d’assedio. Ogni cosa ha il suo prezzo, si sa, ma cosa resterà mai degli «ideali olimpici», mi chiedo, dopo che ne avranno pagato uno così alto?

Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera, 7 agosto 2008


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La metamorfosi di Walter: da Gastone a Paperino
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2008


In meno di quattro mesi, lo hanno disneyanamente fatto passare dal ruolo del fratello fortunato di Gastone, a quello di gemello scalognato di Paperino. Prima era il Re Mida che aveva riportato Roma a splendori imperiali, ora lo dipingono anche come l’intestatario della sconfitta di Francesco Rutelli. È troppo.

Emme, supplemento satirico de l’Unità, lo dipinge come un «morto». Su Libero Mattias Mainiero, vedendo le sue foto mentre pianta l’ombrellone a Sabaudia, arriva a definirlo «una cosa a metà strada fra un Fantozzi riuscito male e un rom» (sic!). Al contrario di lui, a noi Walter Veltroni che porta a spasso la pancetta sulla spiaggia libera fa simpatia. E ce ne fa ancora di più, il leader del Pd, in questo momento terribile in cui sembra nel tritacarne: trasfigurato nella pallida controfigura del vincente che tutti pochi mesi fa osannavano, perseguitato dagli avversari interni, dalla sfortuna e persino dai ladri. Lunedì, per dire, in conferenza stampa aveva raccontato veglie davanti al portatile per aggiornare il suo profilo Facebook.com: «È un’esperienza meravigliosa... Ho superato il numero massimo di 5mila amici disponibili. Aggiorno il profilo col mio staff, e a volte io stesso - ripeteva soddisfatto - a ore strane del giorno e della mattina». La sera stessa i ladri sono entrati nel villino di Sabaudia, dove dormivano la moglie Flavia e la figlia Vittoria (niente scorta!), e hanno sgraffignato al leader del Pd: 600 euro, l’i-Pod ed infine il portatile (ora come aggiornerà la sua pagina?).
Nelle ultime 24 ore, poi, nel suo Pd, è successo di tutto: Antonio Bassolino (primo caso al mondo di leader politico che risponde all’emergenza rifiuti con le mèches!) si rifiuta di firmare la petizione antigoverno del Pd e chiede un congresso anticipato. Massimo Cacciari dice che la petizione è una sciocchezza (lo dice di qualsiasi cosa, ma è comunque un problema), Sergio Chiamparino rifiuta di sedersi alla Festa Democratica (!!!) polemico con il partito (e dire che è un ministro ombra!). Arturo Parisi chiede un parere pro veritate per annullare l’esito dell’ultima direzione. Un disastro. Qualunque altro leader avrebbe messo mano alla pistola (per far piazza pulita degli avversari interni o per togliersi di mezzo). Lui no. E si ritrova colpito negli affetti più cari, ovvero la televisione, con il suo avversario di sempre, Massimo D’Alema, che organizza un canale concorrente sul satellite - Red tv - in competizione con quello ufficiale voluto dal leader, Youdem. Anche questa o è una beffa o una nemesi. Prima del voto, solo per le primarie, bastava uno schiocco della sua mano per paracadutare a pioggia nelle cinque liste approntate un centinaio di vip. Oggi, mentre D’Alema sfodera la sua argenteria per Red tv (Lucia Annunziata, Rula Jebreal e persino Pierluigi Bersani - non è uno scherzo - nei panni di intervistatore rock), lui deve accontentarsi dei filmakers ignoti e del travolgente entusiasmo di Paolo «Camomilla» Gentiloni. Certo, di errori Veltroni ne ha fatti: ha toppato le liste, improvvisando candidature solide come meringhe; si è preso un capo corrente, Goffredo Bettini, che (ora) apre le riunioni dicendo: «Non sono veltroniano». Non ha ancora ammesso la sconfitta, teme il confronto interno, il congresso, una normale dialettica di corrente nel Pd. Ha candidato un trombato come suo successore al Campidoglio (Rutelli), e poi ha trombato Parisi dal Copasir, per metterci un trombato (sempre Rutelli). Sui diritti civili (dai Pacs al caso Englaro) il Pd si distingue per l’alternanza fra posizioni catatoniche e binettiane. Ed è il primo anno che l’estate passa senza che l’ex sindaco di Roma non corregga le bozze di un futuro best seller. Di Pietro, unico alleato salvato dalla purga, lo ha scaricato. E il dialogo con Berlusconi è andato a finire come sappiamo. Piano solo, il film tratto dal suo fortunatissimo Il disco del mondo, è andato malissimo al botteghino. Prima Veltroni era quello che riusciva a fare tutto (compreso il doppiaggio di «Rino il tacchino» in un film Disney!) e tendenzialmente bene; ora sembra che faccia poco e male.

Gli manca il sorriso sfavillante che aveva da sindaco di Roma; paga per tutte le titubanze. Per dire: il Bassolino che lo contesta, è lo stesso che lui si è rifiutato di scaricare nel pieno di Monnezzopoli. Il D’Alema che gli fa la fronda è lo stesso che apparentemente gli ribadisce la fiducia. «A me questo Pd sembra un po’ decotto» dice Dario Tansini. «Lei ha ingannato gli italiani, sono una italiana delusa», aggiunge Elena Rissone. «Se continua così ti giochi la segreteria», avverte Alessandro Rossi. «L’astensione del Pd su Eluana è una vergognaaa!» grida Damiano Briguglio. Chi sono? Gli amici di Walter su Facebook. «Meravigliosi!», avrebbe detto un tempo, riconquistandoli con una mail. Oggi, forse, non li ha ancora letti.

Luca Telese – Il Giornale, 7 agosto 2008


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Martin e Bimba
post pubblicato in Diario, il 6 agosto 2008


Chissà se a Martin Feldman del Pdl e alla Ministra Bimba la proposta è venuta su così, su due piedi, o ci hanno pensato anche sopra. Ma mi chiedo: come si fa a chiedere agli atleti olimpici di compiere gesti di protesta a favore delle libertà in Cina?

Ma come, qualche tempo fa l’allora premier Romano Prodi si recò nella terra di Mao con codazzo (variamente composto) per genuflettersi (più o meno metaforicamente) di fronte alle autorità politiche ed economiche di quel paese e gli atleti, alla prima occasione, dovrebbero compiere quel gesto eclatante che li renderebbe noti alle cronache internazionali?

Ma come, quando arriva in Italia il Dalai Lama, gran parte delle autorità politiche del nostro Belpaese si gira dall’altra parte fischiettando, affannandosi a riempire agende di appuntamenti inventati pur di evitare di incontrarlo “per non contrariare gli amici cinesi”, e il ginnasta bischero mi dovrebbe fare ciaociao alle telecamere con la scritta TIBET impressa sui polpastrelli della mano?

Ma come, alle cerimonia inaugurale sarà presente il ministro degli Esteri italiano (il quale, invece, avrebbe fatto bene a convocare alla Farnesina l’ambasciatore cinese in Italia e spiegare lui i motivi della mancata partecipazione alla manifestazione) e Rosolino dovrebbe invece ricordare al governo di Pechino che, oltre allo smog, dalle loro parti c’è anche la pena di morte?

Ma come, mentre in corso la cerimonia di apertura dei Giochi (al cospetto, tra gli altri, al presidente americano Bush, a quello francese Sarkozy, al primo ministro giapponese Yasuo Fukuda, il principe ereditario di Spagna Felipe), i nostri atleti (per esempio, che so, Ranocchia, Nocerino e Gibilisco) dovrebbero fare i pirla protestando per le strade pechinesi brandendo bandiere con i colori del Tibet?

Una grande idea, quella di Martin e Bimba. Anche perché, secondo loro, gli atleti azzurri non dovrebbero nemmanco partecipare alla cerimonia di apertura. Ve li immaginate Bush o il presidente cinese Hu Juntao che chiedono a Frattini “ma che fine hanno fatto i vostri campioni?”. E il nostro ministro, pronto come al solito: “Non lo so: li ho lasciati che stavano invadendo Nanchino”.


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Panino vuoto
post pubblicato in Diario, il 6 agosto 2008


La notizia è una di quelle davvero dure da digerire (tutto sommato l’affermazione è pertinente) e l’abbiamo appresa consultando Repubblica.it: «McDonald's, - il gigante del fast food americano che del pranzo low-cost ha fatto una filosofia di vita e il suo maggior punto d'attrazione - non può pensare di ritoccare i listini e non ha intenzione di rinunciare ai suoi margini di guadagno. Così, per trovare una via d'uscita che possa salvare capra e cavoli, ha deciso di "mettere a dieta" il suo panino più famoso». Insomma il prezzo non si tocca ma la composizione del prezioso panino sì.

Il sito di Repubblica, sull’argomento, dimostra una certa competenza e precisione. Ci informa, infatti, che «nel mirino della cura dimagrante sono dunque finiti tutti gli otto componenti del menù da un dollaro. Don Thompson, presidente della McDonald's Usa, ha spiegato che l'azienda sta cercando ingredienti più economici e nuove ricette: in alcuni casi ad esempio anziché due fette di formaggio sull'hamburger ne è stata messa solo una. In altri il formaggio è stato completamente abolito. Qui un po' di maionese in meno, là una sforbiciata alla quantità di patatine che accompagnano, di norma, il panino più famoso del mondo».

E non è tutto perché il sito del quotidiano romano ci fa anche sapere che «l’innalzamento del costo di beni alimentari come il formaggio e la carne ha imposto all'azienda delle forti limitazioni. "Siamo consapevoli delle difficoltà economiche che affrontano ogni giorno gli americani - ha spiegato Thompson al "Wall Street Journal" - questo cambiamento è anche per loro". Infatti, mentre per i turisti italiani in vacanza in America, grazie al cambio euro-dollaro, la sosta pranzo è diventata più conveniente, per i consumatori americani è tempo di stringere anche sulla spesa alimentare».

Quindi, se non ho capito male, negli Usa il panino costerà il medesimo prezzo ma ne verranno ridotti gli ingredienti. Meno chiara, invece, è la strategia che verrà adottata da McDonald’s in Europa ed anche in Italia dove, come noto ai più, nell’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità non siamo secondi a nessuno. Ci dovesse toccare, sempre allo stesso prezzo, un panino vuoto? 


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Tony Manetta
post pubblicato in Diario, il 5 agosto 2008


La Voce delle voci”: roba da matti, e per giunta anche comunista. “La Voce delle voci” ed il suo collaboratore Giulio Sansevero si sono permessi, in una loro inchiesta, di parlare di Tony Manetta e del suo spiccatissimo interesse per gli affari immobiliari. La pagheranno cara, perché Tony non si tocca (per ulteriori chiarimenti chiedere a Paolo Liguori della sua direzione de Il Sabato), punto e basta!

E come si permette, dal canto suo, quel Gian Marco Chiocci a rinvigorire la storia degli affari immobiliari di Tony Manetta? Con quel titolo a presa in giro quasi che il Nostro fosse un appassionato di Monopoli per quante dimore ha acquistato negli ultimi anni… Basta, basta davvero: Tony è comunque al di sopra di ogni sospetto e lo è di default: sia chiaro a tutti!

Certo, per uno che ha dichiarato un imponibile di 175mila euro nel 2005 e 189mila l’anno successivo, non dovrebbe essere stato semplice trovare oltre 4milioni di euro (nel periodo 2002-2008) per comprare immobili e ricavandone soltanto uno da vendite. Se la matematica non è un’opinione, siamo di fronte ad una differenza di circa 3milioni di euro che nei sei anni in esame ammontano a circa 500mila ogni dodici mesi, euro più, euro meno. Per acquistare uno degli immobili di Bergamo, Tony ha speso davvero poco seguendo – ironia della sorte – la stessa strada imboccata da Mastella e cioè quella delle cartolarizzazioni dei beni immobiliari dell’Inail.

Nel computo degli acquisti (sparsi tra Bergamo, Roma, Milano, Montenero di Bisaccia, Busto Arsizio) si deve annoverare anche un bilocale acquistato in quel di Bruxelles e del quale quei perfidi giornalisti non sono riusciti ancora a scoprire il valore. E forse non ci riusciranno mai perché – ne sono più che convinto – Tony Manetta è pulito e per questo ha fatto sapere che denuncerà i gaglioffi: questi ultimi impareranno, una volta per tutte, a non scrivere su Noi dell’Italia dei mattoni tentando di macchiarne la reputazione.

Però, detto tra noi e a bassa voce, si ha la sensazione che abbia ragione Daniele Capezzone quando afferma che Tony ha “uno strano modo di procedere: dipietrista con gli altri e garantista con se stesso”. 


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Noi dell’Italia dei Valori
post pubblicato in Diario, il 1 agosto 2008


Una premessa ci sembra obbligatoria: Noi dell’Italia dei Valori ci siamo sempre dichiarati contrari alla terminologia triviale, soprattutto se utilizzata in uno scritto. Stavolta, però, non possiamo fare a meno di utilizzarla. La colpa, in fondo, è comunque del Presidente del Consiglio, ma non chiedeteci il perché.

Fatto presente ciò, a Noi dell’Italia dei Valori ci sono stati sempre sulle palle Craxi e i suoi nani e ballerine, Berlusconi e le sue veline, Veltroni e le cinemine, Ela Weber ed il suo portamento da protagonista di film porno ai tempi del nazismo. Che c’azzecca in tutto ciò la Weber? Noi dell’Italia dei Valori odiamo chi non si fa i cazzi propri.

Per di più, Noi dell’Italia dei Valori non riusciamo proprio a sopportare il periodico “Chi” ed il suo direttore Signorini che, per giunta, dà la sensazione di essere anche un poco ricchione.

Noi dell’Italia dei Valori crediamo che solo quelli degli altri sono da considerare tradimenti: i nostri, tutt'al più,  sono semplici “frequentazioni amichevoli”. E nessuno provi a fare alcun tipo di riferimento a Susanna Mazzoleni, moglie di Noi dell’Italia dei Valori, poiché noi alla privacy (nostra) ci teniamo assai. Un po' come Beppe Grillo quando si è visto pubblicato il proprio reddito annuale.

Noi dell’Italia dei Valori abbiamo telefonato anche a Michele Santoro per rassicurarlo che quello stronzo di Signorini non sapeva come vendere qualche copia in più del suo giornalino ed allora ha scelto la strada del gossip pur di raffigurare il bacio notturno tra una donna ed un contadino: di certo, meglio delle frequentazioni tra un trans ed un portavoce! Lo ammettiamo: Noi dell’Italia dei Valori abbiamo, di nascosto anche di Mastella, un po’ invidiato il professor Prodi perché il suo messo era così ingenuo da non distinguere la differenza tra un uomo, una donna, una donna-uomo e un uomo-donna. Ma a Noi dell’Italia dei Valori quel citofono umano mascherato da Fassino ci piaceva così.

Non finisce qui. Noi dell’Italia dei Valori non sopportiamo neppure quei quotidiani che hanno fatto sapere ai più (pochi dei quali annoverabili tra Noi dell’Italia dei Valori, poco avvezzi a leggere qualsiasi testo in lingua italiana) che noi, prima o poi, incasseremo più di due milioni e duecento mila euro di rimborsi elettorali (e quel sempliciotto di Veltroni aveva abboccato all’idea che Noi dell’Italia dei Valori saremmo confluiti nei gruppi parlamentari del “suo” Pd…): nessuno, però, ha scritto che Noi dell’Italia dei Valori ci impegnamo fin da ora a devolvere in beneficenza gran parte di questo importo all’associazione «Leoluca Orlando Lo Cascio Presidente: ma manco ci penso» (il cui presidente onorario è Achille Occhetto), al movimento umanitario «Meglio se dentro ad una scatola di scarpe», al gruppo sportivo «Una Mercedes per tutti» e all’agenzia immobiliare (specializzata nell’individuazione di immobili per sedi di partito e di bordelli) «Il pubblico paga, il privato incassa».

A questo punto Noi dell’Italia dei Valori ci riposiamo un po’ perché ci sono alcuni esponenti radicali che stazionano – mandando baci e saluti dalle finestre – in un appartamento al centro di Roma: riteniamo che ci vogliano fottere e noi non ci stiamo!


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permalink | inviato da Perry il 1/8/2008 alle 10:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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