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di Gianluca Perricone
Un milione a piazza del Popolo? Nuovo sgambetto del Corriere
post pubblicato in Diario, il 31 ottobre 2008


Un altro sgambetto del Corriere Della Sera, questa volta ai sindacati? Forse. Certo la foto pubblicata oggi sul quotidiano nelle pagine che illustrano le manifestazioni per lo sciopero della scuola di giovedì, rende quasi ridicolo il dato (un milione!) fornito dalle tre organizzazioni sindacali sulla presenza dei manifestanti in piazza del Popolo. Lunedì il quotidiano di via Solferino aveva pubblicato sul suo sito internet una foto che confutava innegabilmente le cifre (2,5 milioni di partecipanti) degli organizzatori della manifestazione del Pd al Circo Massimo. Nello scatto si vedeva come gran parte del prato (circa il 20 per cento) fosse occupato dal palco e come le viuzze intorno fossero pressoché vuote, riducendo quindi la superficie destinata ai manifestanti. Che non potevano essere molti più di 200 mila, come riferito dalla Questura. Oggi un’altra foto pubblicata questa volta sull'edizione cartacea del Corriere getta acqua gelata sull'euforia dei sindacati. Piazza del Popolo, come dimensione, viene dopo San Giovanni, il Circo Massimo e Piazza Navona. La piazza è un ellissoide: “lato lungo 120 metri, lato corto 100 metri", pari a 12 mila metri quadrati. Se si aggiungono le aree delle due stradine laterali, fanno in tutto 14 mila metri quadrati. Al netto del grandissimo palco che occupava oltre 1000 metri quadrati, l'area occupata dalla gente, come ben evidenziato dall'immagine scattata dall'alto e pubblicata sul quotidiano di via Solferino, non superava i 13 mila metri quadrati. Assumendo che in un metro quadro possono stiparsi al massimo 4 persone (ma i tecnici sostengono che la media non possa mai superare per ragioni "fisiche" il dato di 3,2 persone per metro quadrato) in piazza del Popolo ieri c'erano non più di 50 mila persone. Roberto Maroni che ha parlato di centomila partecipanti, forse calcolando all'ingrosso gruppi di manifestanti restati in via del Corso o in via del Babuino, potrebbe essere stato sin troppo generoso. È un problema di "fisica", nient'altro.

Il Velino – 31 ottobre 2008


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Assenteismo nella PA: no alle isole felici
post pubblicato in Diario, il 30 ottobre 2008


Chiaro, esplicito, al limite della disarmante semplicità: l’articolo del ministro Renato Brunetta (v. post precedente) pubblicato martedì scorso dalla Stampa riesce a centrare uno degli aspetti (di certo non l’unico, questo lo sappiamo anche noi di Giustizia Giusta) che caratterizzano l’attuale crisi del sistema giudiziario italiano: l’eccessivo protrarsi delle cause dovuto – ripetiamo, anche ma non soltanto – alla modesta produttività dei magistrati. E non è tutto. Per dirla con lo stesso Brunetta, «dei procedimenti penali che s’iniziano arrivano a sentenza sì e no il 30%, fra questi risultando numerosi gli assolti. Significa che più del 70% dei procedimenti si perde per strada, risucchiato dai tempi delle prescrizioni. Una pacchia, per i criminali». Sommessamente mi permetto di osservare che sono dati tutt’altro che irrilevanti.

In questi giorni si sta polemizzando, spesso anche a sproposito, sulla “proposta del tornello” da piazzare anche di fronte agli ingressi dei tribunali. Del resto, non si riesce a capire perché alcuni dipendenti pubblici debbano timbrare il cartellino ed altri, invece, possano lavorare tranquillamente anche a casa: non è giusto e, mi si consenta, neppure eticamente corretto. L’operazione-trasparenza avviata dal Governo sull’assenteismo nella Pubblica Amministrazione non può non riguardare l’intero pubblico impiego: in questo senso il concetto di “casta intoccabile” non deve neppure essere immaginato e da chi opera ed amministra la giustizia non può che venire un esempio positivo. In altri termini, chi lavora in tribunale dovrebbe pretendere che la norma venga a lui applicata prima che ad ogni altro e, quindi, di essere controllato. Le “isole felici” non possono e non debbono esistere.

Mi permetto allora di concludere mutuando le stesse parole con le quali il ministro ha concluso il proprio intervento dell’altro giorno sul quotidiano torinese: «Non vedo proprio perché qualcuno debba sentirsi sminuito se si controllano le entrate e le uscite dal lavoro al fine di evitare i tanti deserti pomeridiani nei nostri tribunali. Ci guadagneranno quelli che lavorano tanto, come si dimostra in alcune procure che, a legislazione vigente, sono riuscite a migliorare l’organizzazione interna, ci guadagneranno i cittadini, ci guadagnerà l’economia del Paese. Non ce l’ho con i magistrati, ma non possono esistere delle aree protette dalla trasparenza e dalla produttività. Meno che mai dove ci si occupa dei diritti dei cittadini».


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Tornelli vuol dire giustizia
post pubblicato in Diario, il 28 ottobre 2008


Ho parlato dei tornelli in tribunale, intendendo non tanto, e non solo, le strutture fisiche, quanto il controllo degli orari di lavoro, della presenza e, quindi, della produttività di tutto il personale della giustizia, e subito, come al solito, s’è levato il solito coro: è una boutade, non conosco la materia, non ho competenza. Cercherò di esser più preciso: la fine dell’anarchia giudiziaria, dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro negli uffici, è solo un primo passo, piccolo e necessario, perché i costi della giustizia che non funziona sono insopportabili, sia in termini di spesa pubblica che di civiltà collettiva. Mi limito ad alcuni punti, consapevole che il tema è complesso e non esauribile in poche righe.

Abbiamo avviato l’operazione trasparenza sull’assenteismo nella Pubblica Amministrazione, documentando l’impatto delle assenze per malattia dei dipendenti, dopo l’introduzione delle trattenute previste dal decreto 112, e mettendo i dati in sequenza storica. Il risultato è stato un crollo dei finti malati (-44,6% nel mese di settembre rispetto allo stesso mese di un anno fa). Non è la soluzione di tutti i mali, ma è un passo in avanti.

Come sono andate le cose nel comparto della giustizia? Non lo so, non lo sa nessuno, perché quei dati non sono mai arrivati. Hanno risposto alcune amministrazioni centrali, ma la trasparenza è stata rifiutata dall’insieme degli uffici periferici. Non abbiamo dati relativi alle presenze dei magistrati, ma neanche dei cancellieri e dell’altro personale amministrativo, che sono tutti dipendenti pubblici. Che sia chi amministra la giustizia a sottrarsi alla trasparenza non è un bell’esempio.

I tempi della giustizia italiana (penale, civile, amministrativa) sono scandalosamente lunghi, al punto da esporci a fondati e preoccupanti rilievi internazionali. Una giustizia che viaggia con i tempi italiani non merita di chiamarsi giustizia. Di questo, naturalmente, non portano la responsabilità solo i magistrati, essendoci colpe enormi del legislatore. Ma sono responsabili anche i magistrati. Per esempio: la legge è chiarissima, stabilendo che le motivazioni delle sentenze si depositano contemporaneamente o pochi giorni dopo la lettura del dispositivo, e solo in casi eccezionali entro tre mesi. La regola, di fatto, è che le motivazioni arrivano dopo molti mesi, e talora dopo anni. Nessuno paga, perché i tempi che riguardano i cittadini sono perentori (quindi obbligatori), mentre quelli cui devono attenersi i magistrati ordinatori (vale a dire che sono solo indicativi). Non credo sia tollerabile.

Dei procedimenti penali che s’iniziano arrivano a sentenza sì e no il 30%, fra questi risultando numerosi gli assolti. Significa che più del 70% dei procedimenti si perde per strada, risucchiato dai tempi delle prescrizioni. Una pacchia, per i criminali. Nel solo tribunale penale di Roma quasi l’80% dei rinvii è dovuto ad errori procedurali commessi dagli uffici, il che meriterebbe un serio controllo di produttività, con premi a chi lavora bene e sanzioni per chi lo fa come capita. Ogni volta che si solleva il tema la risposta dei magistrati è: servono più soldi. Ma noi abbiamo più magistrati e spendiamo più della media europea. Spendiamo troppo, non troppo poco, ma spendiamo male, come dimostra il capitolo informatizzazione: ci sono 7000 server al servizio della giustizia (ne basterebbe il 10%) e 169 sale dedicate (ne basterebbero 29). Tutto questo non solo è costato per gli acquisti, ma costa ogni anno, in servizi di assistenza e manutenzione, un occhio della testa. E non funziona, perché la telematica richiede integrazione dei sistemi, non moltiplicazione dei centri autogestiti ed autoreferenziali. E integrazione vuol dire scientificità dell’organizzazione con relative responsabilità manageriali e di gestione che, nei nostri palazzi di giustizia, semplicemente non esistono. Ognuno per sé, magari in buona fede, ma in totale disorganizzazione.

Dicono i magistrati: ci portiamo il lavoro a casa. Ma mica voglio una giustizia amministrata nel tinello! Ed a che serve informatizzare tutto, se poi il lavoro si fa da un’altra parte? Mancano gli uffici? Si organizzi il lavoro giudiziario in modo che gli uffici ci siano e siano aperti al pubblico, che problema c’è? Non vedo proprio perché qualcuno debba sentirsi sminuito se si controllano le entrate e le uscite dal lavoro al fine di evitare i tanti deserti pomeridiani nei nostri tribunali. Ci guadagneranno quelli che lavorano tanto, come si dimostra in alcune procure che, a legislazione vigente, sono riuscite a migliorare l’organizzazione interna, ci guadagneranno i cittadini, ci guadagnerà l’economia del Paese. Non ce l’ho con i magistrati, ma non possono esistere delle aree protette dalla trasparenza e dalla produttività. Meno che mai dove ci si occupa dei diritti dei cittadini.

Renato Brunetta – La Stampa, 28 ottobre 2008

 

 


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Difetto di motivazione (e di informazione)
post pubblicato in Diario, il 27 ottobre 2008


Se non avete nulla di meglio da fare (e la cosa è comunque non auspicabile), provate ad entrare nel sito di Antonio Di Pietro. In alto a destra, c’è il motore di ricerca nel quale vi si invita a digitare “mannino”. Dopo aver cliccato sul tasto “cerca”, la sorpresa sarà per tutti sbalorditiva: appariranno soltanto due risultati. Il primo è il solito “copia e incolla” di «un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo “La legge anti-Caselli” (pag.501)» nel quale si afferma, tra l’altro, che il 5 novembre di qualche fa «la Corte d’appello deposita le durissime motivazioni della condanna di Mannino».

Il secondo risultato fa riferimento ad un commento ad una lettera, niente popodimeno, che di Ignazio Messina, candidato al Senato (in Sicilia e, chissà perché essendo lui di Sciacca, anche in Veneto) per il partito del padre-padrone.
Per il resto nulla. E niente neppure sull’assoluzione in appello che, l’altro giorno, ha giudicato innocente – dopo ben 14 anni – Calogero Mannino dalla “solita” accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (che, ci si permette di osservare dal di fuori di tecnicismi giuridici – sta oramai diventando il classico strumento politico di chi vuol fare fuori qualcuno, politicamente o giudiziariamente che sia), anche se ci si potrebbe attendere un nuovo ricorso in Cassazione da parte del pg Telesi che ha fatto sapere di attendere le motivazioni della sentenza prima di decidere se ricorrere o meno.

Calogero Mannino, dal febbraio ’94 quando gli fu recapitato l’avviso di garanzia, ne ha subìte di cotte e di crude, compresi 23 mesi di detenzione (dei quali nove in carcere e gli altri ai domiciliari) ed una serie di sentenze che dal 1995 ad oggi sarebbero riuscite a mettere a dura prova le coronarie e la psiche di qualsiasi soggetto: assolto in primo grado nel 2001, condannato in appello nel 2004 a cinque anni e quattro mesi con sentenza annullata (nel 2005) dalla Cassazione per “difetto di motivazione” e quindi rinviata ad altra sezione della Corte di Appello, assolto qualche giorno fa da quest’ultima.

Come detto, però, dal blog del Nostro non vien fuori nulla. Almeno il suo “complice scrittore” ha travagliamente avuto il coraggio di dedicare all’argomento un pezzo sull’Unità del 24 ottobre scorso con il quale si chiedeva enigmaticamente “Mannino, che fare” e nel quale (come poteva essere altrimenti…) veniva confermata, sostanzialmente, la colpevolezza a priori dell’esponente dell’Udc nonostante quel “difetto di motivazione” che, almeno per me profano, non sembra costituire poca cosa.

Ma Di Pietro nulla disse, nemmanco un condizionale del tipo “anche con Mannino potremmo esserci sbagliati: niente di niente, il silenzio. Bisognerà stabilire se il trattorista molisano (e la sua congrega) vuole “fuori dal Parlamento” soltanto gli inquisiti, o anche gli innocenti-inquisiti: dal punto di vista delle garanzie della persona non è una cosa di poco conto.


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Saviano e dintorni
post pubblicato in Diario, il 23 ottobre 2008


Se non ricordo male, Roberto Saviano ha ventotto anni. Eppure a questa (giovane) età, è riuscito a scrivere un libro nel quale ha ricostruito e denunciato un potere camorristico di dimensioni quasi impensabili. Chi scrive non può che associarsi a chi si schiera dalla parte di questo giovane scrittore.

Ciò premesso alcune “riflessioni ad alta voce” sembrano più che necessarie perché, nel caso appunto di Saviano, si è di fronte ad un fenomeno (non solo letterario e cinematografico) denso – e far finta di nulla sarebbe quanto meno spregevole – di punti controversi.

Prima ipotesi. Abbiamo a che fare con una forma di pentitismo con connotazioni diverse da quelle fin qui conosciute. In questo caso, Saviano potrebbe essere un ex appartenente ai clan camorristici che decide di pentirsi e, coperto dai servizi di sicurezza, lo fa in forma “nuova”: affida, cioè, con l’ausilio di tutti i programmi di protezione che vengono adottati in questi casi, alle pagine di un libro (elemento di novità in simili casi) il proprio pentimento: la scorta è assicurata così come lo è il successo della pubblicazione i cui proventi sostituiscono, di fatto, il sostentamento dello Stato.

Seconda ipotesi. Roberto Saviano trascorre le proprie giornate (anziché con la fidanzata, in discoteca o al cinema) ad indagare, studiare, ricostruire mosaici e collegamenti, a spulciare ed analizzare documenti: al termine del dettagliato lavoro, elabora uno studio che riesce a mettere quasi in ginocchio uno dei più forti poteri camorristici esistenti in Italia. Anzi, dal suo lavoro, ci si dice che prendano spunto anche gli inquirenti per assestare durissimi colpi ad uno dei clan (appunto quello degli Schiavone) più forti nel territorio nazionale.

Premettendo che, fino a prova contraria, noi ci schieriamo a favore della seconda ipotesi, alcune perplessità non possiamo fare a meno di esprimerle.

La prima. In data 13 ottobre 2008 la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli rende noto (agenzia Ansa) di aver “avviato indagini su un presunto piano dei casalesi per compiere un attentato contro lo scrittore Roberto Saviano. Secondo quanto si apprende, a denunciare l'intenzione del clan del casertano - oggetto di ampia parte del best-seller 'Gomorra' di Saviano - e' stato un agente di polizia giudiziaria, che ha riportato all'Antimafia una notizia di 'seconda mano'. Le indagini rientrano nel fascicolo, che la Dda ha gia' aperto da tempo, sulle minacce allo scrittore”.
Qualche giorno/ora dopo si viene a sapere che «non ha mai parlato né è a conoscenza di un piano del clan dei Casalesi per attentare alla vita dello scrittore Roberto Saviano. Queste, in sintesi, le dichiarazioni rese dal pentito della camorra Carmine Schiavone che e' stato interrogato oggi dal procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti e dal pm della Dda Antonio Ardituro. Il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, secondo una relazione di servizio fatta da addetti alla sicurezza e poi trasmessa alla Dda di Napoli, era l'autore della segnalazione del progetto di attentato ai danni di Saviano. La procura di Napoli prosegue leindagini per accertare le modalità della diffusione della segnalazione». Non suona strana questa dichiarazione seguita immediatamente da una totale smentita?

Seconda perplessità. Nelle stesse ore della confessione ritrattata di Carmine Schiavone, viene diffuso il testo di un fax (poi trasformatosi come d’incanto in una lettera ad un difensore) con il quale Sandokan Francesco Schiavone, a proposito di Saviano, fa sapere che “Questo grande romanziere che fa il portavoce di chissà chi deve smettere di fare illazioni calunniose false su di me, non solo in conferenza stampa, ma poi riportate sul giornale 'Repubblica', che lo leggono milioni di persone, accostandomi a signori che non ho mai conosciuto". La “trasformazione” del testo da fax in lettera ai legali ha permesso a Sandokan di non essere accusato di aver violato il regime del 41bis al quale è sottoposto in quanto, per legge, la corrispondenza dei detenuti - anche quelli, appunto, in 41 bis - con i propri legali non può essere controllata né sottoposta a censura. La stranezza è, se si vuole, costituita proprio dal fatto che il contenuto della lettera/fax esce un mese dopo e proprio in coincidenza con il pentimento di Carmine Schiavone.

Terza ed ultima perplessità che è anche un interrogativo. Perché questo tipo di attività investigativa è stato costretto a svolgerla un giovane scrittore ventottenne e non gli organi inquirenti dello Stato a questo deputati?

Meglio fermarsi qui.

 

 


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Adesso
post pubblicato in Diario, il 22 ottobre 2008


(Apcom) - Il senatore Udc Calogero Mannino, è stato assolto dalla Corte d'appello di Palermo dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. A conclusione della requisitoria il Pg aveva chiesto la condanna dell'esponente politico siciliano a 8 anni di reclusione.

Mannino, nel processo di primo grado, conclusosi nel 2001 era stato assolto ma venne condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione in appello. La sentenza di condanna, però, è stata annullata con rinvio dalle sezioni unite della Corte di Cassazione. Oggi l'assoluzione.

E adesso a Marco Travaglio chi glielo dice?


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Travaglio e i testi troncati
post pubblicato in Diario, il 20 ottobre 2008


E’ noto ai più che tra Marco Travaglio e Filippo Facci non corra buon sangue e che entrambi non perdano l’occasione per mandare l’altro a quel paese.

Ciò premesso, reputo di una pericolosità estrema – anche se più di un sospetto già lo avevo – quello che Facci ha scritto l’altro giorno sul Giornale, all’indomani della condanna (in primo grado) ad otto mesi di carcere inflitta al Travaglio per diffamazione nei confronti dell’avvocato Cesare Previti. “Pericolosità”, è bene chiarirlo, in quanto l’umorista del gruppo di De Benedetti costruisce su questa caratteristica gran parte del proprio successo editoriale e, quindi, economico.

Scrive Facci: «Travaglio cita un verbale reso da Riccio (il colonnello dei Carabinieri coinvolto in un processo su presunti blitz antidroga “pilotati”, ndr), sempre nel 2001: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E praticamente finisce l’articolo: l’ombra di Previti si allunga dunque su traffici giudiziari, patti con Cosa Nostra, regie superiori e occulte.».

Fin qui non ci sarebbe nulla di grave, ma il bello viene dopo, quando cioè lo stesso Facci riporta l’intera frase della deposizione del colonnello: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».

In questa sede non si vuole far riferimento alla vicenda specifica, quanto al modus operandi del complice di Di Pietro e Santoro e alla sua indubbia capacità di aggiustare le verità o presunte tali. Infatti leggendo la prima citazione si potrebbe evincere che Previti “non poteva non sapere” perché era lì, partecipava; leggendo invece l’intera locuzione traspare in maniera evidente che la realtà è ben diversa dall’asserita verità del Travaglio. Il quale, avendo evidentemente ben noto l’intero testo della deposizione, ne ha riportato la parte che a lui più era gradita, troncandone il resto.

Satira? Forse, ma non mi sembra.

Informazione? Non mi pare, ma al peggio non c’è mai fine.

Acqua al mulino di qualcuno? Sembrerebbe essere l’ipotesi meno inverosimile. Chi potrà essere poi questo “qualcuno” è un’altra storia…


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Adesso, che il guru…
post pubblicato in Diario, il 16 ottobre 2008


Adesso, che il guru radicale Marco Pannella stia facendo l’ennesima (meritoria) battaglia per il diritto di questo Paese ad avere un Presidente della Commissione di Vigilanza Rai e l’elezione di un giudice mancante della Corte Costituzionale, ci può anche stare. Per la verità non ho ancora capito (ma, sicuramente, dipende solo ed esclusivamente dalle mie capacità di apprendimento) cosa pensi il guru della candidatura di Leoluca Orlando quale garante (?) dell’informazione radiotelesiva nazionale, ma questa è un’altra cosa.

Adesso, che il guru radicale segnali alla distratta opinione pubblica la prossima esecuzione di Tarek Aziz (che, per la verità, al fianco di Saddam Hussein c’è stato) quale protesta non violenta contro l’esecuzione capitale, ci può anche stare. Anzi, se il guru di cui sopra dovesse protestare contro ogni esecuzione capitale in essere quotidianamente sul globo, rischierebbe davvero di lasciarci le penne. Comunque, a chi scrive, la pena di morte non piace, così come non aggrada di assistere via internet all’esecuzione di Hussein o di chiunque altro.

Adesso, che il guru radicale sia però afflitto da una sindrome “internazionalista” della condanna a morte e che neppure abbia mai pensato a fare lo sciopero, che ne so, della sigaretta, a favore di Bruno Contrada e della di lui pelle, questo no, non mi sento di fargliela passare. Perché – mi si scusi questa sorta di “nazionalismo” – se di potenziale condannato a morte si deve parlare, preferirei occuparmi di quelli nostrani prima di quelli iracheni e, per di più, di compravata amicizia (senza l’ausilio fondamentale di colpevolipoipentiti) con dittatori tutt’altro che stimabili.

Adesso, invece, sarebbe opportuno che il guru radicale dimentichi per un attimo di aver accettato di farsi assorbire (simbolo compreso) da Veltroni, di essersi ritrovato per questo al fianco di Antonio Di Pietro, di aver ottenuto poco più del nulla, di contare nel Pd come il due di bastoni come quando a briscola regna denari, e si dia da fare (insieme a noi e a quei pochi altri che in questa battaglia hanno sempre creduto) al fianco di un ultrasettantenne, per oltre quarant’anni fedele servitore dello Stato, che un manipolo di banditi (e non solo…), da lui fatti arrestare, ha deciso per vendetta di annientare, con l’ausilio di servizi segreti, dipietrini e travaglinini…
Adesso – e questo è un appello diretto – lo aspettiamo impazienti, nostro stimato e rispettato guru!

 


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Da Veltroni sarebbe utile sapere…
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2008


Pur di salvarsi (faccia e lato b) dagli attacchi di Antonio di Pietro, Walter Veltroni ha tirato fuori dall’ormai corroso cilindro un’altra idea brillante: pur di far eleggere Leoluca Orlando (IdV) alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai, l’ex sindaco di Roma aspetta che la maggioranza dica oggi “qual è il loro candidato alla Corte Costituzionale e noi siamo pronti a votarlo. A condizione però che quel candidato abbia certe caratteristiche”.

Sarebbe utile sapere dal leader del Pd:

1-Se davvero ritiene “di garanzia” Leoluca Orlando o se invece non sarebbe più utile, in entrambi i casi, proporre rose di nomi;

2-Quale siano le caratteristiche richieste all’eventuale candidato della maggioranza per la Corte Costituzionale;

3-In base a quale criterio si possano porre condizioni per un candidato e non per l’altro; per quale motivo, cioè, una candidatura sarebbe “non opportuna” mentre quella di Orlando è praticamente senza alternative;

4-Se reputa opportuno, in caso di accordo, che anche l’Italia dei Valori voti il candidato di maggioranza alla Corte e, qualora lo ritenesse opportuno, (4bis) come giudica le parole dell’onorevole Di Pietro in base alle quali “l’IdV non accetterà alcun compromesso”.


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Io, mia madre ed Eluana
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2008


Ho deciso di parlare delle vicende personali mie e di mia madre perché arrivano momenti nella vita in cui non nesci più a sopportare quello che viene detto intorno alla malattia, alla vita e alla morte. Soprattutto dal mondo politico. Che sentenzia e arringa su temi in cui dovrebbe usare cautela e rispetto. Quando si diventa persone pubbliche bisogna avere il Coraggio di esporsi. E voglio avere questo coraggio, anche se mico- sta: lo faccio perché so che mia madre ne sarebbe contenta.

Avevo sedici anni quando mia madre si ammalò.

E ci fu un giorno in cui mio padre disse: «Ragazzi, vostra madre sta male e io mi devo occupare di lei. Voi dovete arrangiarvi».

Da allora la mia vita, come quella dei miei fratelli, ha avuto un percorso diverso, è cambiata. E’ cambiato soprattutto il mio modo di rapportarmi alla vita, e alla morte che ogni giorno faceva capolino nelle nostre esistenze.

Mia madre era gravemente malata di reni, e ha fatto la dialisi per 12 anni. Erano gli anni 80, quindi 28 anni fa: la scienza e la tecnologia avevano fatto passi avanti ma non come oggi. Più di tutto, ho in mente le tante emorragie di mia madre, i ricoveri urgenti, in cui sembrava che stesse morendo ogni volta, quell’angoscia quotidiana. Quella paura incombente della morte. Era necessario lasciare sempre un recapito, ovunque andassimo, perché allora non esistevano i cellulari. La morte di una donna così vitale e bella era qualcosa che poteva accadere ogni giorno. E noi, i suoi figli e suo marito, dovevamo saperlo, dovevamo farci i conti in ogni istante. Io ero la più rabbiosa tra i miei fratelli. Non accettavo di vederla così sofferente, mi uccideva, mi uccideva la vita. Dodici anni con una madre agonizzante sono tanti, tantissimi. Ti cambiano la vita. Anche quando quelle macchine la martoriavano, la violentavano, lei cercava di confortarci, dicendo che andava tutto bene. Ma tante volte mi ha detto anche «non ce la faccio più», tante, troppe volte. E io quelle volte le porto con me, come un racconto della vita e della morte, come un insegnamento. Mi aiuta a vivere e ad accettare la morte. Perché ho capito che anche vedendo nei nostri cari quella sofferenza, non la conosceremo mai fino in fondo nella loro tragicità: perché le sole certezze che possiamo avere riguardano noi, e come viviamo “noi” la loro sofferenza. Del loro calvario personale non sapremo mai tutto. E quindi non potremo mai sentenziare, ma solo ascoltare. Chi oggi sentenzia, sia laico o cattolico, non sa. Per questo dovrebbe tacere. Invito tutti quindi ad un gesto di silenzio, ad un gesto di rispetto e di pace che accompagni chi se ne vuole andare. Lei, mia madre, una notte ha detto basta, mio padre me lo ha raccontato. E morta tra le sue braccia, come era giusto che fosse. Non volevamo, ovviamente, che se ne andasse. Nessuno di noi vuole lasciare andare via quelli che amiamo. Il nostro dolore ci pare maggiore del loro. Siamo egoisti. Per questo ci accaniamo. Ma è un gesto di generosità e di rispetto verso la loro vita lasciarli andare, se così hanno deciso, o se irreversibilmente non hanno più il privilegio di poterlo decidere. E allora chiedo a tutti: lasciamo andare Eluana, per amore. Per generosità.

Anna Paola Concia – L’Unità, 14 ottobre 2008


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