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di Gianluca Perricone
Una riforma della giustizia per tutti
post pubblicato in Diario, il 14 maggio 2013



Quando nel programma del cosiddetto "nuovo che avanza" (che poi sarebbero quelli che si presentano in Parlamento muniti di apriscatole) si legge testualmente "Non eleggibilita` a cariche pubbliche per i cittadini condannati", evidentemente c'é proprio qualcosa che non va, una forma mentis cosi deformata da non essere in grado di recepire che, per la vigente normativa, un soggetto è colpevole solo al termine del terzo grado di giudizio. Così come scritto quel punto di programma pentastellato, invece, sembra quasi che basterebbe una condanna in primo grado per definire 'non eleggibile' un qualsiasi soggetto. Oramai siamo al giustizialismo più accanito che porta certi elementi ad esprimere determinati concetti solo ed esclusivamente in funzione-Berlusconi.
Chi scrive non è convinto né dalle manifestazioni di piazza contro i giudici, né dalle occupazioni simboliche degli ingressi dei tribunali. Altrettanto, però, è innegabile che tutti siamo consapevoli che questa giustizia ('g' rigorosamente minuscola) deve essere rinnovata, modificata, resa più credibile: e il Cav. non c'entra. Anzi, chi si aggrappa alla figura del leader del Pdl ed alle sue vicende processuali per respingere ogni tentativo di rinnovamento, dimostra di essere semplicemente in malafede. Perché, se gli 'anti-riforma della giustizia' provassero a togliersi per un attimo dalla zucca il preconcetto che ogni cosa sul tema venga proposta per fare un piacere a Berlusconi e provassero invece a riflettere che  un qualsiasi cittadino che si dovesse imbattere nella nostrana giustizia potrebbe essere interessato all'esistenza  di un processo con un reale equilibrio tra accusa e difesa , di non venire rinchiuso in gattabuia prima di essere giudicato definitivamente colpevole, di avere la certezza che il magistrato che lo sta giudicando può pagare in caso di errore, di non andare a finire (se condannato in via definitiva) in una sovraffollata topaia definita carcere, piena di gente che attende di sapere se il togato di turno riconosce o meno la sua innocenza. Ci sembra una scelta giusta nonchè necessaria, a prescindere dalle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi.


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Giustizia: i conti non tornano
post pubblicato in Diario, il 10 luglio 2012


 

La questione della riforma del sistema giudiziario italiano non può limitarsi alla responsabilità civile dei giudici: aspetto senza dubbio essenziale (al quale si potrebbe anche aggiungere anche l’eventuale responsabilità nello sperpero di denaro pubblico grazie ad inchieste che, talvolta, rasentano il ridicolo), ma di certo non determinante nel funzionamento di un sistema (quello appunto della giustizia) che si potrebbe definire ‘diversamente efficiente’.
Lasciamo stare, in questa sede, l’aspetto relativo alla responsabilità dei togati perché, nello scorso weekend, si è saputo ad esempio che a Pinerolo (in Piemonte) il ministero della Giustizia ha finanziato con ben 774.685 euro l'ampliamento del palazzo di giustizia, uno di quelli che lo stesso ministero ha inserito l’altro giorno tra i tribunali da sopprimere. Qualche conto, a noi “normali” (o “contribuenti” se più piace…) non torna, così come non quadra quando si progettano nuove carceri mentre si lasciano marcire nell’incuria istituti carcerari già esistenti: no, nel pianeta-giustizia più di un conto non torna.
E che dire, sempre a proposito di notizie dello scorso weekend, del rinvio a settembre del processo con rito abbreviato (in corso a Genova) a carico di dieci persone indagate nell'ambito dell'inchiesta "Maglio 3", ritenute ai vertici della 'ndrangheta in Liguria? Avete saputo il motivo di detta posticipazione? Si è resa necessaria la ricerca di un interprete per tradurre il contenuto delle intercettazioni telefoniche dal calabrese all’italiano. Sì, avete capito bene: dal calabrese all’italiano ed il giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini dovrà nominare direttamente il perito. E intanto i tempi si prolungano.
C’è stato anche un nuovo capitolo delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio: sembrerebbe infatti che ora gli investigatori abbiano rivolto la loro attenzione nell'ambito delle amicizie della ragazza e di sua sorella maggiore, Keba. Sono passati 19 mesi dal delitto e la giustizia nostrana, su questa vicenda, sembra non azzeccarne una.
Per fortuna che c’è stata poi la sentenza della Cassazione (altrimenti sarebbe stato veramente un fine-settimana nero) che ha sentenziato che l’espressione «Lei non sa chi sono io, questa gliela faccio pagare!» è un’esclamazione ritenuta minacciosa e quindi punibile dalla legge. Per stabilirlo ci sono voluti un giudice di pace che aveva assolto il malfattore che aveva pronunciato quella locuzione contro una vicina, un Procuratore generale della Corte di Appello di Salerno che è ricorso appunto in Cassazione contro la decisione del primo, e infine la Suprema Corte che ha emesso lo strepitoso parere.
Noi, intanto, continuiamo a restare convinti che i conti non tornino proprio.
 
Twitter @perriconeg

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Colpevolezza a prescindere
post pubblicato in Diario, il 12 marzo 2012



Quando dalle parti della Cassazione si ascoltano frasi tipo «nessun imputato deve avere più diritti degli altri, ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio», sarebbe necessario quanto meno pensare un po’.

Ma se poi si ode altresì che si è di fronte ad un’accusa che, nella fattispecie processuale, «non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono», o che quel reato di concorso esterno «è ormai diventato un reato autonomo, un reato indefinito al quale ormai non crede più nessuno», o che ancora nella sentenza di appello sono riscontrabili «gravi lacune giuridiche», bè, di fronte a simili asserzioni, si dovrebbe quanto meno ammettere che, dopo tutti questi anni, qualcosa in quell’inchiesta ha (quanto meno) rappresentato una forzatura.

Però poi leggiamo il nostro ‘Travaglio quotidiano’ (un po’ di sano autolesionismo non stona mai!) e capiamo anche il senso della“colpevolezza a prescindere”: «Se nel nuovo appelloDell’Utri fosse assolto, significherebbe che non si potrà mai più condannarenessuno per aver servito la mafia dall’esterno, cioè senza farne parte».

Per il vice-direttore del Fatto è praticamente da escludere l’ipotesi che un soggetto (per di più non a lui gradito) possa essere assolto perché innocente. Eallora usa tutti i mezzi che ha a disposizione, compreso quello che qualcuno ha già definito “i pizzini di Travaglio”.

 

Twitter @perriconeg

 


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«Giustizia a due velocità»
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2012


Allo stato attuale – senza voler entrare nei dettagli della vicenda giudiziaria – una bimba di sette anni è stata allontanata dalla mamma e, dallo scorso 14 dicembre per decisione del Tribunale per i Minorenni di Roma, è ospitata in una casa-famiglia. Papà e mamma, forse, non andavano d’accordo, ma prima di adottare un allontanamento coatto ce ne vuole. Eppure…

Ma anche in difficili vicende come questa, la nostrana giustizia non perde occasione per mettere in evidenza come sia necessario, anzi indispensabile (anche se Travaglio e simili continuino a pensarla diversamente), intervenire con una riforma che renda l’intero sistema giudiziario più funzionante e, talvolta, anche più credibile.
Perché, nel caso della piccola, in data 21 dicembre 2011 la mamma ha presentato un ricorso contro la decisione assunta dal Tribunale per i Minorenni della Capitale denunciandone nel contempo il presidente, la dottoressa Carmela Cavallo per abuso.

Ebbene, martedì scorso (e quindi dopo appena un mese e tre giorni) il dottor Giacomo Fumu,  Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, ha richiesto l’archiviazione della denuncia contro il presidente Cavallo. L’avvocato Giuseppe Lipera, difensore della mamma della piccola, parla esplicitamente di «giustizia che in Italia funziona a due velocità». E, intanto, la piccola può aspettare, lontano dalla mamma, che la giustizia (con la “g” in questo caso rigorosamente minuscola) decida del suo prossimo destino.

Non sappiamo l’età della dottoressa Cavallo: di certo quella bambina ha solo sette anni.

 

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permalink | inviato da Perry il 27/1/2012 alle 8:54 | Versione per la stampa
Deplorevole voglia di gogna
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2012


Non so come possano pensarla i lettori, ma quella foto di Calisto Tanzi, tra due guardie carcerarie e con ai polsi un paio di manette mentre viene condotto dal carcere all’aula della Corte di Appello a Bologna, a me proprio non è piaciuta. E ciò al di là di ogni responsabilità dell’ex patron della Parmalat.

Quella immagine è brutta (e per certi versi anche vergognosa) “a prescindere”. E’ brutta perché verrebbe spontaneo chiedersi: dove sarebbe potuto fuggire un ultrasettantenne ridotto in quello stato fisico?

E’ brutta perché quando viene decisa la traduzione del detenuto con i “bracciali” ai polsi, significa che lo stesso soggetto è, in qualche modo, ancora temuto.

E’ brutta poi perché l’esibizione come “preda catturata” di un detenuto con i ceppi dimostra un deplorevole voglia di gogna e non di giustizia.

Hai scritto l’altro giorno Emilio Buttaro sul Messaggero che le manette «sono un tic della burocrazia penitenziaria. Calpestano quella dignità che si deve riconoscere anche a più riprovevole dei rei. E’ un brutto spettacolo». Le immagini che poi ne scaturiscono sono, appunto, ancor più brutte.

 

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“Non poteva fare quello che poteva fare “
post pubblicato in Diario, il 11 dicembre 2011


Ha scritto venerdì scorso il sito del Mattino, gruppo Caltagirone:

Dopo sette anni, tra pochi giorni,Giovandomenico Lepore, lascerà la Procura di Napoli di cui è capo. Oggi hatracciato i bilanci, ha chiamato in causa i ricordi. E c'è un'inchiesta, haammesso, che tra tutte mi ha dato grande soddisfazione, quella che ha coinvoltoanche l'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E, in merito, ha detto:«Siamo stati fermi e non abbiamo mai calato le braghe». «L'inchiesta contro i politici è quella che, anche dal punto di vista dialettico, mi ha dato soddisfazione - ha spiegato - nei confronti dell'ex presidente del Consiglio si è affermato il principio che non poteva fare quello che poteva fare». «Poi l'inchiesta è passata altrove - ha concluso - ma noi siamo stati fermi e non abbiamo calato le braghe».

Ha scritto venerdì  scorso il sito di Repubblica, gruppo De Benedetti:

Dopo sette anni, tra pochi giorni,Giandomenico Lepore, lascerà la Procura di Napoli di cui è capo. Oggi ha tracciato i bilanci, ha chiamato in causa i ricordi. E c'è un'inchiesta, ha ammesso, che tra tutte mi ha dato grande soddisfazione, quella che ha coinvolto anche l'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E, in merito, ha detto:"Siamo stati fermi e non abbiamo mai calato le braghe"...L'inchiesta contro i politici è quella che, anche dal punto di vista dialettico, mi ha dato soddisfazione - ha spiegato - nei confronti dell'ex presidente del Consiglio si è affermato ilprincipio che non poteva fare quello che poteva fare". "Poi l'inchiesta è passata altrove - ha concluso - ma noi siamo stati fermi e non abbiamo calato le braghe".

Domanda: era un comunicato stampa della procura partenopea o le due testate hanno utilizzato il medesimo inviato? Ma soprattutto, come si dovrebbe interpretare quella frase «nei confronti dell'ex presidente del Consiglio si è affermato il principio che non poteva fare quello che poteva fare»? Perché mai al Cav, sarebbe stato impedito di fare quel che poteva fare? Errore dattilografico o lapsus freudiano?


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Oltre ogni ragionevole dubbio
post pubblicato in Diario, il 7 dicembre 2011


E così, anche in Appello, Alberto Stasi è stato assolto (così come era successo in primo grado) dall'accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi, omicidio avvenuto a Garlasco il 13 agosto del 2007.

Solo la povera Chiara ha visto in viso il proprio assassino, questo è certo. Così come è certo, d'altro canto, che anche questa sentenza ha messo in luce tutti i limiti di un modo di fare "giustizia" piuttosto anomalo, pericoloso (e purtroppo anche diffuso) che corre il rischio di far perdere quel poco di credibilità che è rimasto al 'sistema-inchiesta' nostrano. Quello cioè non basato appunto sull'inchiesta svolta a 360 gradi, ma con un castello accusatorio forzatamente costruito su uno dei possibili colpevoli. E spesso - nel mio piccolo l'ho scritto più volte - il castello dell'accusa si dissolve al primo alito di vento, come un castello di carte costruito nel bel mezzo di una tramontana; mentre i casi irrisolti, nel contempo, aumentano senza che dei colpevoli (veri) si abbia più traccia.

La prova, è ai più cosa nota, deve essere una delle condizioni necessarie (e incontrovertibili) per giudicare un soggetto colpevole di un delitto; e deve esserlo, per di più, oltre ogni ragionevole dubbio.

Già, oltre ogni ragionevole dubbio...


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Il pensiero della dottoressa Boccassini
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2011


 Per essere certo di quello che stavo leggendo, ho chiesto il piacere ad una amica di tradurre dall’inglese quanto riportato dal sito del bimestrale americano Foreign Policy nelle motivazioni che hanno indotto il periodico statunitense ad assegnare il 57° posto (tra i cento “pensatori più influenti”) a Ilda Boccassini. Anche la mia gentile interlocutrice ha (purtroppo) confermato il senso di quanto stavo leggendo.
Il “pensiero” per il quale il magistrato di Milano è divenuta una dei cento pensatori più influenti del pianeta, è facilmente riassumibile con uno slogan: ha combattuto contro Berlusconi. Anzi, per dirla con il Foreign Policy, “Ilda la Rossa” «ha proceduto mettendo l’intero sistema corrotto del berlusconismo sotto processo».
Non solo, ma sempre secondo il periodico Usa, le migliaia di intercettazioni telefoniche ordinate dall’ufficio della Boccassini hanno rivelato «la decadenza dei baccanali di Berlusconi, la corruzione e la insensibilità  della politica italiana nel  mezzo di una crisi finanziaria».
Basta andare sullo spazio Internet del periodico per leggere l’intera scheda.
Strana concezione dei ‘pensatori’ che hanno negli States. Ci lascia perplessi soprattutto il fatto che oltreoceano si scambi per “pensiero” l’attività di indagine di un magistrato. A meno che l’azione della dottoressa Boccassini non faccia davvero parte di una vera e propria strategia che, in quanto tale, deve avere necessariamente a monte una fase preparatoria e, appunto, di pensiero e di pianificazione.


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Colpevoli a prescindere
post pubblicato in Diario, il 29 novembre 2011


 Non lo auguriamo neppure al peggior nemico di ritrovarsi ad impersonare il ruolo di "colpevole per forza".
Troppo spesso - e noi, da queste colonne, lo abbiamo stigmatizzato più volte - c'è la tendenza da parte degli inquirenti di individuare un possibile colpevole costruendo poi, attorno al soggetto, un castello accusatorio che dovrebbe poi dimostrarne la colpevolezza 'al di lá di ogni ragionevole dubbio'. Sappiamo poi però che, altrettanto spesso, siffatti castelli accusatori si trasformano in castelli di carta che vengono spazzati  via la primo soffio di vento.
"Colpevoli a prescindere" si potrebbe dire, magari anche a distanza di qualche lustro. Come sta accadendo a Raniero Busco, accusato di aver assassinato Simonetta Cesaroni. È sufficiente leggere i giornali e tra ore le dichiarazioni del professor Angelo Fiori - il medico legale che primo ha indagato sulle tracce di sangue individuate sulla scena del crimine, l'appartamento di via Poma - il quale si dichiara meravigliato del fatto che, da tutti gli atti del processo, sia 'scomparsa' ogni traccia degli accertamenti da lui effettuati all'epoca dai quali veniva, tra l'altro, evidenziata su una maniglia la presenza di tracce ematiche di gruppo A, diverso sia da quello della vittima e che del presunto assassino.
Secondo l'accusa, "non ci sono alternative a Busco", il “colpevole a prescindere” di turno. Anche se, pure in questa vicenda giudiziaria, si è in presenza di più di un ragionevole dubbio.


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"Vergogna, vergogna!"
post pubblicato in Diario, il 10 ottobre 2011


«Vergogna, vergogna!» gridava - di fronte al tribunale di Perugia dopo la sentenza di assoluzione per Raffaele ed Amanda - quel popolo, affamato di ‘bracciali’ intorno ai polsi e gattabuia, per il quale è “meglio un innocente in galera che un colpevole in libertà”: aberrante inversione del concetto in base al quale in dubio pro reo. Tradotto per i più assetati di ‘sole a scacchi’: di fronte al dubbio, l’indagato non si condanna. Al di là di quel ragionevole dubbio contemplato dalla legge, in questa contestazione contro la giuria presieduta dal dottor Claudio Pratillo Hellman, “c’è soltanto la proiezione esteriore della voglia di sangue che anima una parte dell’opinione pubblica italiana”, come ha recentemente ricordato Giovanni Alvaro: la tipica reazione degli sconfitti, che già pregustavano (pur non conoscendo a fondo le carte del processo) di poter godere ancora una volta dell’altrui sofferenza.
Si dice (e spesso si urla pure…) che le sentenze “si rispettano e non si commentano”, ma nel caso perugino la prima a commentare pesantemente la pronuncia assolutoria della Corte d’assise d’Appello è stata proprio la pm del processo: in questo caso, però, nessuno si è ricordato di gridare «Vergogna, vergogna!».
E vi risulta, cari lettori, che qualcuno abbia gridato «Vergogna, vergogna!» quando, ad esempio, fu arrestato Filippo Pappalardi - accusato di aver ucciso i suoi due figlioli e di averne occultato i cadaveri – che poi fu scagionato completamente dall’infamante accusa? Chi aveva sbattuto in galera quell’uomo innocente, non meritava forse un simile grido? E invece il totale silenzio.
Lo stesso silenzio – anziché un qualunque «Vergogna, vergogna!» - è stato registrato di fronte al fatto che l’omicida filippino della contessa Filo Della Torre era stato intercettato vent’anni fa mentre discuteva della vendita dei gioielli da lui sottratti all’uccisa: sono stati impiegati quattro lustri per arrestarlo e scoprire che quelle intercettazioni erano finite in chissà quale polveroso archivio.
E sulla vicenda di Alberto Stasi ci permettiamo solamente di suggerire l’utilizzazione del nostro motore di ricerca.
C’è un detenuto che ha scritto al Presidente del Consiglio una lettera nella quale, tra l’altro, denunciava il fatto che i giudici titolari dell’inchiesta gli avrebbero fatto intendere l’esistenza di una svolta per lui positiva (scarcerazione/arresti domiciliari) solo se avesse risposto a domande che avrebbero comportato, in qualche modo, la corresponsabilità penale del presidente del Consiglio e di suoi diretti e stretti collaboratori. Quel detenuto è l’onorevole Alfonso Papa che, essendo deputato, per il popolo dei manettari, è colpevole ‘a prescindere’. Per noi, invece (sperando che il fisico lo assista) il detenuto-Papa è un altro ‘eroe’ che non baratta la fine della propria ingiusta (almeno fino a sentenza definitiva) detenzione  con la collaborazione alla organizzazione di teoremi accusatori contro terze persone.
Continuiamo ad essere convinti – e senza provare alcun senso di vergogna - che nessuno sia colpevole prima dello svolgimento delle tre fasi di giudizio e, soprattutto, che nessuno può essere considerato il colpevole di un reato “a prescindere”.
Peggio ancora se c’è chi ritiene la detenzione come uno ‘strumento’ di indagine o utile per estorcere improbabili dichiarazioni: meriterebbe, lui sì, il coro del titolo di questo scritto.


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