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di Gianluca Perricone
Sindacati antisindacali
post pubblicato in Diario, il 5 gennaio 2012


Il guaio dei tre sindacati confederali è che, non rappresentando più i lavoratori, provano a condurre un’impossibile guerra contro la realtà. Nel loro atteggiarsi, nel loro quotidiano tentativo di fermare il tempo e il mondo, c’è il riassunto di un’Italia che non si rassegna all’abbandono del passato, che pretende di farlo sopravvivere battendo i piedi e alzando la voce, laddove, semmai, è largamente corresponsabile nell’avere condannato il nostro mercato alle arretratezze che lo caratterizzano.

Sarebbe non solo ingeneroso, ma anche falso attribuire al sindacato tutte le colpe. Me ne guardo bene. Il sindacato non le ha anche perché, da molti anni, è debolissimo, perde funzione, ha fra i suoi iscritti più pensionati che lavoratori. Eppure ha svolto e ancora svolge un ruolo di primo piano, dovuto al fatto che il patto consociativo, poi divenuto concertativo, si basa su una finzione: che il sindacato rappresenti i lavoratori, che la Confindustria rappresenti gli imprenditori e che la politica, concertando e codecidendo con queste entità si procuri il consenso delle “parti sociali”. A smentire tutto questo è bastata la condotta di Sergio Marchionne, che ha scaricato tutti e ha trovato dalla sua parte i lavoratori.

Il governo Monti ha debuttato sostenendo due posizioni, in contraddizione fra di loro: rispetteremo tutti gli impegni presi con l’Unione europea (ancora oggi andiamo avanti sulla base delle lettere scambiate con il precedente governo); lo faremo di concerto con le parti sociali. Il capitolo delle pensioni ha chiarito l’inconciliabilità delle due cose: o si procede o si concerta. Ove si faccia la seconda cosa ci s’inchioda. In quel caso il governo è, giustamente, partito dalla consapevolezza che le riforme già fatte avevano messo, in prospettiva, il sistema in equilibrio, rendendolo sostenibile, ma le scadenze erano troppo lontane e incompatibili con gli altri impegni che prendevamo innanzi ai mercati e alle autorità europee. Ha accorciato quelle scadenze, compiendo l’operazione fin qui migliore di questo esecutivo.

In quelle lettere, però, non ci si chiedevano solo tagli e tasse, ma anche misure per lo sviluppo. Quelle che ancora mancano. Queste misure, all’evidenza, non possono consistere in maggiore spesa pubblica, quindi devono incarnarsi in riforme che rendano più produttivo il nostro sistema. Sono venti anni che perdiamo competitività, venti anni nel corso dei quali i sindacati hanno preso parte alle scelte, o, meglio, che hanno premuto perché non fossero fatte. Quella perdita non solo c’impoverisce, ma ci rende ingiusti, pesando negativamente in special modo sui giovani. Sarà bene che nessuno dimentichi sul conto di chi fu messa la cancellazione dello scalone pensionistico, all’epoca del governo Prodi: su quello dei co.co.co, vale a dire di quei “precari” (per usare il linguaggio sindacale, che non condivido), che a chiacchiere si vorrebbero difendere. Quell’ingiustizia deve essere sanata.

L’occasione oggi c’è, e consiste nella riforma del mercato del lavoro, vale a dire anche in quella degli ammortizzatori sociali. Si deve abbandonare la difesa dei posti di lavoro, che comporta anche la difesa dell’improduttività e degli imprenditori incapaci, per approntare la difesa dei lavoratori, quindi il loro ripiazzamento nel mercato. Il guaio di questa scelta è che toglie potere al sindacato, o, almeno, a questo sindacato ideologico e arretrato. Sbaracca il tavolo della concertazione, aprendo il mercato alla competizione. Una scelta, quindi, che trova contrari tutti i conservatori. Che si trovano a sinistra, a destra, ma che popolano massicciamente i sindacati. I cui vertici, oramai, rappresentano solo sé stessi.

Questo non è un ragionamento antisindacale, è, piuttosto, la constatazione che l’apparato sindacale è impegnato a difendere sé stesso, appoggiandosi ad una retorica operista oramai fuori dal mondo e dalla realtà. Sono i sindacalisti, insomma, ad essere antisindacali (nel senso nobile del termine).

Su un punto, però, hanno ragione. Per essere precisi è Susanna Camusso ad avere ragione, quando ha osservato che vorrebbe sapere chi rappresenta questo governo, da quale mandato raccoglie la propria forza. Questione legittima, essendo esclusa la risposta elettorale, vale a dire quella democratica. Questo governo ha natura commissariale e nasce dai fallimenti della politica, cui il sindacato è stato partecipe. Il che, paradossalmente, porta alla conclusione opposta a quella che il capo della Cgil vorrebbe: ha un senso e si mantiene in piedi se procede, se fa il necessario senza fingere che il consenso sia quello delle burocrazie sindacali e politiche, se si comporta da commissario effettivo, dotato della fiducia parlamentare, in caso contrario, se concerta, tentenna e arretra (così com’è sembrato a proposito dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori), perde funzione e cade. Come le cose inutili.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
 


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Non ci si può fidare di Ciancimino
post pubblicato in Diario, il 20 dicembre 2010


I miracoli esistono, come anche i miracolati. Uno di questi riguarda e beneficia Massimo Ciancimino. Trattasi di figlio di un mafioso, a sua volta riciclatore dei soldi criminalmente accumulati dal padre, protagonista di false intestazioni immobiliari, maggiordomo d’incontri con assassini, un individuo cui speri solo che la giustizia riesca a comminare le pene che merita. Ma qui scatta il miracolo: siccome si produce in racconti utili per collegare Silvio Berlusconi alla mafia, ecco che il rampollo della disonorata società diventa star dell’antimafiosità politicizzata e d’accatto, utilizzato da qualche magistrato e dall’imponente blocco pubblicistico che lo trasfigura in riciclatore dell’anima sua. Al punto da potere aspirare a rimettere le mani su piccioli non suoi, perché se la giustizia funzionasse dovrebbero essere prima sequestrati e poi pignoranti, per andare a rimpinguare le casse di uno Stato già abbondantemente danneggiato dai Ciancimino.
Ma non basta, perché i miracoli sono stupefacenti per definizione: lo si è trasformato anche in madonna pellegrina che va in giro presentando un libro di confessioni e rivelazioni, che, come abbiamo più volte dimostrato, è un cumulo di fandonie frammiste a ovvietà, raccogliendo platee cui si fornisce lo spettacolo indecente di un condannato che usa il padre morto e il figlio da poco nato per strappare qualche applauso impietosito. Si dice coraggioso, e a chi gli fa notare che il suo argomentare non sta in piedi, a chi gli ricorda d’essere stato complice dei mafiosi, egli risponde serafico: vorrei vedere lei al mio posto, con un padre dispostico e in totale dipendenza da lui. Come se i figli dei criminali debbano essere criminali a loro volta per forza di natura, se non addirittura per affetto. Lui lo è stato per convenienza. Può darsi che lo sia stato anche per viltà, ma non riesco a considerarla un’attenuante.

Il nettare della sua narrazione pubblica, replica fantasiosa di quanto raccontato alle procure, è il seguente: Vito Ciancimino, il padre, fu lo stratega e il negoziatore della trattativa fra la mafia corleonese, nella persona di Bernardo Provenzano, e il nuovo potere politico, nella persona di Silvio Berlusconi. Quest’ultimo ebbe rapporti diretti, di fattiva collaborazione, con il mafioso Vito, o d’indiretta intesa con i corleonesi, mediante Marcello Dell’Utri. Il tutto destinato a porre fine alla stagione stragista e far avere all’ala non forsennata dei corleonesi le concessioni necessarie a placare l’incedere operativo dei bombaroli. Ci mancano solo i sette nani alleati di cappuccetto rosso. Peccato che Giovanni Conso abbia chiarito il quadro: è vero che il governo decise di fare delle concessioni ai mafiosi, è vero che fu cancellato il carcere duro (41 bis della legge che regola la detenzione) per far cessare le bombe, è vero che al ministero della giustizia si accettò il nesso fra le due cose, ma correva l’anno 1993 e a Palazzo Chigi sedeva Carlo Azelio Ciampi. Per intenderci: Giulio Andreotti era già stato fatto fuori e Berlusconi politico non era ancora nato.

Noi abbiamo più volte sostenuto che la trama della trattativa, così come raccontata anche da soggetti come Gaspare Spatuzza, mancava dei requisiti logici e cronologici. Abbiamo usato il ragionamento e la memoria. Dopo le parole di Conso, che firmò personalmente, quale ministro della Giustizia, i provvedimenti dei quali ora parla, siamo tenuti ad escludere che altri responsabili istituzionali non ne fossero al corrente: il Presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro), il presidente del Consiglio e il presidente della Commissione bicamerale antimafia (Luciano Violante). Tutti loro hanno molto e a lungo argomentato tesi e additato complotti che vengono sbugiardati dalla realtà dei fatti ora emersi. Tre incapaci, tre depistatori o tre mestatori?

Torniamo a Massimo Ciancimino. Noi non abbiamo mai chiamato “pentiti” i collaboratori di giustizia. Non esprimo giudizi morali, perché è evidente che le più preziose notizie dall’interno del mondo criminale non possono che venire da criminali. Mi sta bene anche il patto con loro: tu mi dici quello che sai, mi aiuti a provarlo, e io Stato ti faccio lo sconto, anche assai generoso, sulla pena che dovresti altrimenti scontare. Ma è necessaria una postilla: se mi prendi in giro te la faccio pagare, con gli interessi. In questo Paese scombinato, però, non si può dire, perché si alza subito qualche colorito rappresentante dell’antimafia militante e ti dice: così vuoi chiudere la bocca ai collaboratori. No, è che non vorrei chiuderla alla legalità.

Poi arriva il procuratore di turno e teorizza: Ciancimino è credibile a intermittenza. Come gli alberi di Natale. A seconda di quel che dice. Ci sto, ma lo restituiamo alla sua sorte di condannato, perché un collaboratore di giustizia non può raccontare balle. Noi, fin qui, non solo glielo abbiamo consentito, ma ne abbiamo fatto un’icona. Abbiamo divizzato il cattivo esempio. E’ tempo di chiudere questa vergogna.

 

Davide Giacalone – Il Tempo, 20 dicembre 2010

 


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Siamo uomini o commissari?
post pubblicato in Diario, il 25 novembre 2010


La commissione d’esame sapeva che il tema era irregolare e lo ha proposto lo stesso. Ma non per interesse: per quieto vivere. Si parla del concorso per notai di ottobre, interrotto da un’insurrezione popolare quando gli esaminandi del resto d’Italia scoprirono che i candidati romani conoscevano già il testo della prova scritta. La procura di Roma ha interrogato i dodici commissari: tre professori, tre notai e sei magistrati. Ed è arrivata alla conclusione che l’idea malsana venne a uno solo di loro, una notaia, ma che tutti gli altri, dopo qualche sporadico distinguo, si adeguarono. Chi per negligenza o per pigrizia. E chi, i sei magistrati, dichiarandosi incompetenti come Pilato. Ma se non conoscevano la materia d’esame, a che titolo facevano parte della commissione giudicante? Sfumature da moralista, me ne rendo conto. Resta il fatto che su mezza dozzina di custodi della legge, nemmeno uno - dicesi uno - si sia sentito morsicare la coscienza e abbia pronunciato la parola più semplice e scomoda: no. Proviamo a inserire un sondino nei loro crani brizzolati: chi me lo fa fare, perché prendermi una grana, mica posso cambiare il mondo io, tanto rubano tutti...
Gli uomini sono pochi e infatti li chiamiamo eroi. Gli altri sono vili, irresponsabili e soprattutto conformisti. Insensibili alle prediche, recepiscono soltanto gli esempi. Se in alto vedono onestà e rigore, cercheranno di adeguarsi: non per slancio etico, ma per non sfigurare. Se invece sopra e intorno a loro scorrono truffe e arrembaggi, il naufragar gli sarà dolce in quel pantano.

 

Massimo Granellini – La Stampa, 25 novembre 2010


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Tutti vittime dei tagli? Non gli europarlamentari
post pubblicato in Diario, il 8 giugno 2010


Tutti, ma proprio tutti, stanno partecipando ai grandi sacrifici nazionale che ci toccano e alla corsa a dare l’oro alla patria. I calciatori? Forse pure loro. I grandi papaveri della Rai? Un taglietto del 3 per cento sui mega stipendi parrebbe che lo subiscano. Lo yacht di Briatore? Tagliato anche quello. Per non dire degli statali, le solite vittime, o i medici e anche i magistrati che però recalcitrano.

La scure dei sacrifici si abbatte di qua e di là. Ma qualcuno nuota felicemente in questa valle di lacrime. Gli europarlamentari si sono appena votati una leggina ”ad personas”. E’ molto semplice, e molto chiara. Prevede un aumento di stipendio di 1.500 euro al mese. La loro busta paga passerà da 17.864 a 19.364 euro. Si prega di evitare commenti.

 

Mario Ajello – Il Messaggero


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Di Pietro e le verità bugiarde
post pubblicato in Diario, il 7 giugno 2010


Antonio Di Pietro è straordinario. Sia detto senza ironia e nel senso più letterale del termine: fuori dal comune. Negli anni è riuscito, infatti, a fabbricare e a far accettare alla maggior parte degli organi di informazione due realtà, governate da regole assolutamente in antitesi tra di loro. Una si applica all’universo mondo; l’altra a Tonino e ai suoi (pochi) amici.
Ieri il leader della sedicente Italia dei valori ne ha fornito l’ennesimo esempio. Attaccato dal Corriere della Sera che, con qualche anno di ritardo, gli chiedeva conto di alcune delle innumerevoli ombre che caratterizzano il suo multiforme percorso, l’ex magistrato più famoso d’Italia ha preso carta e penna e si è esibito in uno dei suoi pezzi forti: la risposta perentoria-omissiva. Una lunga spataffiata piena di mezze verità. Qualche esempio a caso.
«Non sono affatto stato convocato dai magistrati di Firenze con “tanto di apposito decreto di notifica”», scrive il Tonino nazionale. Sembra una smentita senza possibilità di replica, in realtà è un trucco verbale. La traduzione è: «Sono stato convocato, ma NON con apposito decreto». Peccato che Di Pietro, il giorno che era stato interrogato in merito ai suoi rapporti con la «cricca», avesse sbandierato ai quattro venti tutt’altra versione: «Mi sono presentato spontaneamente, sono un testimone d’accusa». Notare che questa figura nel processo italiano non esiste, l’ex pm l’ha presa pari pari dai telefilm americani ma, salvo pochissime eccezioni, la stampa di cui tanto si lagna gliel’aveva data per buona. Oggi, nel suo modo contorto, ammette che era una bufala.
«Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo», proclama il Grande Moralizzatore, specificando di aver concluso l’università nei quattro anni previsti. Già, ma l’anomalia era un’altra: aver sostenuto in appena 32 mesi ben 22 esami, tra i quali diritto privato, diritto pubblico, diritto amministrativo. Un’impresa al limite dell’umano, chiedere per conferma a qualsivoglia studente di Giurisprudenza.
«Le accuse circa i miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia». Certo, gli ex colleghi sono stati benevoli con Di Pietro. Ma ciò non toglie che quei favori dai suoi inquisiti (soldi a tranche di 100 milioni, pied à terre a disposizione, incarichi e consulenze per parenti e amici e via elencando) non sono affatto «presunti». Ci sono stati, sono agli atti: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», è scritto nella sentenza.
E qui siamo al cuore del problema. Delle sentenze Di Pietro (così come il suo aedo Travaglio, che anche ieri sul Fatto quotidiano si è lanciato in una incespicante difesa dell’eroe) prende quel che gli fa comodo. Se, come in questo caso, dà ragione a lui, allora va bene il risultato finale: sono stato assolto, inutile andare a vedere i dettagli. Se invece l’assoluzione di altri non gli garba, allora eccolo spaccare il capello in quattro, scavare nei dispositivi alla ricerca della parolina accusatoria. O dare del corruttore a persone in realtà mai condannate per corruzione.
È il sistema Di Pietro: giustizia sommaria per gli avversari, ipergarantismo per se stesso. Ha fatto la tricoteuse ai piedi della ghigliottina mentre i giornali facevano sfilare chiunque fosse venuto a contatto con la «cricca». Quando è toccato a lui, interrogato a Firenze, ha fatto il furbo. Ma quando la lista Anemone gli è entrata, è il caso di dirlo, in casa, con gli appartamenti di Propaganda Fide assegnati al suo braccio destro Silvana Mura e al giornale del suo partito, allora Tonino-Robespierre è esploso. E si è rifugiato nella sua seconda vita.
«Se l’informazione dei quotidiani nazionali è di così bassa lega allora non vale la pena pagare un solo cent né per stamparli né per comprarli», ha tuonato l’uomo che va in piazza per difendere l’informazione libera. «Querelo!», ha strillato il recordman delle querele ai giornali che per protestare contro la querela a un giornale (ma l’aveva fatta Berlusconi a Repubblica...) ha fatto processare l’Italia al Parlamento europeo.

«Se la notizia è falsa e ad essa si dedicano pagine, approfondimenti e commenti, la responsabilità va ricondotta sia a chi dirige questi giornali sia a chi dirige i direttori dei giornali», ha scritto il paladino della libertà di stampa di cui sopra. Ma chi lo dice che la notizia è falsa? Perché se l’architetto Zampolini parla di casa Scajola è un evangelista, mentre se parla di casa Mura è un volgare mentitore? E perché i quotidiani che fino a ieri Tonino definiva «minacciati dalla legge bavaglio» dovrebbero tacere proprio quell’informazione e non altre?
Ma il capolavoro dipietresco deve ancora arrivare. Gustatelo in tutte le sue doppiopesistiche sfumature: «È in malafede chi accomuna la mia situazione, di pura diffamazione, a quella di persone le cui accuse devono sì essere provate in un tribunale, ma sono largamente documentate da intercettazioni e testimonianze incrociate». Intercettazioni come quella degli «incriccati» Fusi e Bartolomei che tirano in ballo l’ex ministro Di Pietro. Testimonianze come quella di Zampolini che parla delle case Anemone per l’Idv. Ma dimenticavamo: qui siamo nell’altra realtà, quella dove il sospetto non è l’anticamera della verità, quella dove i giornali devono mettersi il bavaglio da soli. La realtà che vale solo per Tonino e C.

Massimo De Manzoni – Il Giornale, 7 giugno 2010

 

 


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I 150 miliardi che imbarazzano il «Corriere»
post pubblicato in Diario, il 31 maggio 2010


L’ultima cosa che vorrei fare è polemizzare con Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere del­la Sera , non solo perché siamo amici da una vita, abbiamo lavo­rato nello stesso giornale, ne ab­biamo viste di tutti i colori e condi­viso gli anni più belli eccetera ec­cetera, ma anche perché la cosa su cui non concordiamo non ri­guarda né lui né me, nel senso che parliamo di una vicenda in cui i nostri personali interessi non c’entrano neanche di stri­scio. Mi riferisco al pasticcio Rizzoli del quale il Giornale si è occupato a lungo e con una serie nutrita di articoli, e il Cor­r­iere ha comin­ciato a occu­parsi da meno di una settima­na.
Per esem­pio ieri, pubbli­cando una let­terona di Ange­lo Rizzoli e una rispostona dello stesso Ferruccio de Bortoli piuttosto imbarazzata. Il lettore si domanderà che impor­ta a noi di certe beghe fra ricchi. Il problema è che c’è di mezzo il Corriere ossia non un quotidiano qualsiasi, bensì uno strumento di informazione talmente potente da essere diventato un simbolo: chi lo possiede conta, e chi non lo possiede non può considerarsi ar­rivato, sicché tutti brigano per conquistarne il controllo. Si dà il caso che un trentina di anni fa il simbolo in questione fu scippato al padrone legittimo, cioè Rizzoli, con una manovra che definire poco chiara è ridutti­vo. Basti pensare che il suddetto Rizzoli, affinché non rompesse le scatole, fu trasferito dalla sua bel­la casa in una prigione, dove tra­scorse tredici-mesi-tredici. Nel frattempo i furbetti del salotto buono (buono per la tappezzeria e non per il resto) attuarono un piano per irrompere pres­soché gratis in via Solferi­no con tanti saluti allo stile che amano attribuirsi. Già.
Trent’anni sono pa­recchi. Quanti ce ne sono voluti alla mirabile giusti­zia italiana per stabilire che Angelo Rizzoli è inno­cente, fu quindi incarcera­to per errore, e che l’azien­da gli fu soffiata in modo disinvolto e meritevole di essere riesaminato, per usare termini gentili. La vit­tima dell’errore giudizia­rio, ottenuto il certificato di innocenza, cerca a que­sto punto di riavere quan­to gli fu tolto. Allo scopo è riuscito a far sì che la sua storia sia oggetto di un’in­chiesta parlamentare. E ora a qualcuno ballano i cerchioni perché la com­missione, dovendo fare chiarezza e stabilire chi ha torto e chi ragione, scarta­bellerà numerosi fascicoli e ascolterà tutti i testimo­ni. Il rischio è che saltino fuori cose turche e si sco­prano altarini. Ecco per­ché alcuni personaggi al­l’improvviso sono passati dalla calma dei forti al ner­vosismo dei deboli.
Difat­ti, finché Rizzoli cantava vittoria per esser uscito a testa alta dai tribunali, po­co male, era un suo diritto; ora però, avendo avviato un procedimento perché gli venga riconosciuto il danno subito, il clima in­torno a lui è mutato. Che vuole questo signore? Non penserà mica ad un inden­nizzo? È un dato che il Corriere, zitto fino a pochi giorni fa, a commissione di inchie­sta istituita ha attaccato a parlare, affidandosi - co­me è evidente - anche agli avvocati. Prima un artico­lo di Bocconi. Poi la rispo­sta di Angelo Rizzoli cui ha replicato, appunto, Ferruc­cio de Bortoli.
Da tutta que­sta roba, lo dico con rispet­to, non si capisce niente. La materia è ostica e solo gli specialisti la sanno ma­neggiare. Ma se depurata dai tecnicismi si riduce a questo. Il Banco Ambrosia­no, per effetto di un aumen­to di capitale, doveva ver­sare a Rizzoli 150 miliardi o giù di lì. L’accordo è do­cumentato. Peccato che di quella montagna di quat­trini non c’è traccia. Proba­bilmente non è mai stata versata oppure è stata ver­sata ad altri anziché al de­stinatario. Sta di fatto che l’Ambrosiano non ha uno straccio di carta per tappa­re la bocca ad Angelo che, invece, dimostra di non aver ricevuto una lira. Tutto qua. Il resto sono «ciacole». D’altronde quanto accaduto alimenta sospetti a non finire. An­che qui vado giù piatto evi­tando le tortuosità tipiche delle liti in campo civile. La sostanza è la seguente. Angelo è spedito in galera, accusato di varie nefandez­ze. L’opinione pubblica si persuade che l’editore ne abbia combinate di ogni colore.
L’azienda è pronta per andare in amministra­zione controllata. Angelo è estromesso completa­mente. Chi subentra in bre­ve tempo risana il gruppo che evidentemente era già sano, altrimenti sarebbe morto, e una volta riasset­tato viene consegnato su un piatto d’argento a Gemi­na e ai soliti ricchi bravi a fare i ricchi coi soldi degli altri, da sempre. Il concetto è semplice. I famosi 150 miliardi sono spariti. È naturale che qual­cuno li abbia intascati, ma questo qualcuno non è Riz­zoli. Chi? Il Banco Ambro­siano (che poi ha assunto altre denominazioni a cau­sa delle note vicende Calvi e soci) non ha le prove di aver pagato. È invece ac­certato che il Corriere a prezzo di realizzo sia stato acquisito da quelli che con un linguaggio suggestivo vengono chiamati poteri forti. Rizzoli, per ricorrere a un’espressione resa famo­sa da D’Alema, vada a farsi fottere. Sennonché lui non ci sta e questo fa imbufali­re il banchiere Bazoli che col Banco Ambrosiano ha avuto che fare e col Corrie­re pure. E De Bortoli? Pedala in salita che sembra Basso, la maglia rosa. Però la pren­de alla larga. Inizia dalla P2. Rimprovera a Rizzoli di essersi iscritto alla loggia segreta predisponendosi a pigliarsela in saccoccia perché quel club era pieno di mariuoli. Come dire: An­gelone caro, potevi fre­quentare gente migliore.
Farei tuttavia presente a Ferruccio che la responsa­bilità penale è personale; che la P2 non è stata con­dannata per associazione a delinquere; che Angelo Rizzoli è pulito come l’ac­qua Sangemini e che è sta­to derubato di 150 miliar­di. Lui non pretende l’aure­ola né il diploma di marti­re. Chiede solo gli sia resti­tuita la refurtiva. Se ciò non avverrà subi­to, provvederà la commis­sione parlamentare a sput­tanare chi nasconde il bot­tino.

Vittorio Feltri – Il Giornale, 31 maggio 2010 


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Mezza retromarcia sulle intercettazioni
post pubblicato in Diario, il 25 maggio 2010


Adesso s’innesta la marcia indietro, nella speranza che tornare al testo approvato alla Camera dei deputati, in tema d’intercettazioni, svelenisca il clima e faciliti le cose. Se avessero provato a seguire i ragionamenti che qui svolgevamo, assai per tempo, non si troverebbero negli attuali, inutili guai. D’intercettazioni telefoniche si parla a vanvera: se ne fanno più che altrove, se ne pubblicano i testi come fossero romanzi d’appendice, ma non per questo abbiamo più sicurezza e più giustizia. Sui giornali compaiono spazi gialli, con scritte surreali: senza le intercettazioni non avremmo scoperto questi reati. Roba da matti: in nessuno di quei casi c’è lo straccio di una sentenza definitiva, quindi dell’accertamento di un reato. Si parla, invece, di roba capovolta, come la libertà di stampa o quella d’indagare. Sicché, prima di argomentare sulle ingiustificabili colpe governative, sento il bisogno di dire che l’ipocrisia al cubo dà proprio il voltastomaco.

Un giornalismo prostrato alle procure, composto da velinari, rivendica il diritto di scambiare per informazione le ipotesi d’accusa, considerando notizie gli orecchiamenti sulle vite private. A questo giornalismo non manca la libertà, ma la dignità professionale. La degenerazione ha fatto talmente tanta strada che si teorizza apertamente il diritto alla difesa per i sospettati, da esercitarsi, però, non in tribunale, ma sui giornali. Oramai non c’è più neanche orrore di quel che si scrive, anzi, s’è persa la capacità d’inorridire, tanto è regredita la cultura, tanto s’è storto il diritto. I copisti, inoltre, sono servi attenti a rispondere al padrone, quindi le carte delle procure vanno subito in pagina, ma facendo attenzione a non disturbare i propri finanziatori e cercando d’infastidire quelli altrui. Non è libertà, non è concorrenza, non è diversità d’opinioni, ma equidistribuzione della miseria. Se il giornalismo fosse una cosa seria non aspirerebbe a copiare, ma ad essere fonte d’inchieste. Ma figuratevi! A noi capitò di farlo, un lavoro di quel tipo, e ci ritrovammo spiati da gente pagata con i soldi di Telecom Italia, mentre aspettando d’avere giustizia diventeremo vecchi.

Detto ciò, la legge in discussione non serve ad un fico secco e contiene notevoli corbellerie. Non metterà il bavaglio a nessuno, perché non risolve niente. Serve solo al centro destra, per farsi del male. Com’è consuetudine, da anni.

In un Paese civile non s’intercetta né tanto né poco, ma quel che serve, e non ci si mette ad ascoltare quelli che si pensa possano essere colpevoli (come stabilisce scioccamente il testo in discussione), ma quelli che si ritiene siano pericolosi. Solo che, nei Paesi civili, questa roba la fanno le polizie e al magistrato si arriva solo se si trova qualche elemento di colpevolezza. Altrimenti si butta tutto e nessuno lo verrà mai a sapere. Da noi, ed è questa la follia, i magistrati non sono i garanti della libertà e della sicurezza d’ogni singolo cittadino, ma i suoi accusatori, indagatori e intercettatori. Quando hanno finito, per legge, depositano gli atti, e quando li hanno depositati, per barbarie, li si considera pubblici, quindi li trovate sui giornali, a cura dei copisti. E va così quando va bene, perché poi ci sono i magistrati specializzati nel far filtrare la notizia quando fa comodo a loro, prima del deposito, utilizzando il servogiornalista di fiducia. Se non si mette mano a quel meccanismo (e credo si possa farlo stabilendo che mai le intercettazioni sono prove e mai si depositano) tutto il resto è vaniloquio. Fin qui nessun magistrato ha condannato il collega che diffonde notizie, mi spiegate perché dovrebbero condannare i giornalisti soci dei colleghi?

Anche dire che si possono pubblicare le notizie solo al momento dell’udienza preliminare è una bella idiozia. Il problema da risolversi riguarda l’incivile distanza fra il momento in cui diventa noto che sono accusato e quello in cui mi assolvono. Questo è il nodo, lì si deve agire. Se ci si limita a dire che la notizia può essere diffusa dopo il rinvio a giudizio è come accettare l’idea che quel passaggio menomi la presunzione d’innocenza, quindi compiere un nuovo passo verso il baratro.

Il sottosegretario statunitense, per il canto suo, dovrebbe far la cortesia di documentarsi. Da noi si spendono, pro capite, più soldi che negli Usa, per le intercettazioni. Ma questo è niente. L’ultima volta che, per il tramite d’intercettazioni, si sono messe le mani addosso ad un presunto terrorista islamico, consegnandolo ad agenti americani, gli uomini delle nostre forze dell’ordine ne hanno rimediato un processo per rapimento. Lo sapeva? E ha idea che l’Italia è l’unico Paese del mondo civile in cui chi intercetta è collega di chi giudica? Se vuole il nostro sistema, se lo prenda. A me dia in cambio il suo, per favore.

Una nuova legge ci vuole, eccome, ma su tutta quanta la giustizia. Quella relativa alle intercettazioni, è una pezza colorata, che neanche copre il buco. Esempio pratico: il pm passa le intercettazioni, come passa ogni altra carta che serve ad accusare, con un click il giornalista socio le invia ad un sito straniero amico, mettiamo austriaco, a quel punto la notizia torna in Italia. Che si fa: la leggono gli austriaci, cui non gliene cale un piffero, e non gli italiani? Ci hanno pensato, quei geniacci che da anni cambiano la legge senza mai imbroccare il diritto?

Sì, certo, l’opposizione fa anche più pena. Cambia posizione a seconda delle stagioni e delle telefonate, va a rimorchio dell’ultimo forsennato in toga, manifesta e firma per quel che (in realtà) detesta. Vero. Ma mica è una gara a chi ha più torto. Né è una soluzione mettere la fiducia, perché questo serve solo a far approvare quel che sarà subito dopo aggirato, per giunta avendo fatto la parte di quelli che vogliono imbavagliare la libertà. Gli unici imbavagliati, invece, sono gli italiani che subiscono accuse e non possono difendersi, che vengono massacrati e poi assolti, sputtanati e poi rilasciati, torturati e poi compatiti. Ma di quelli, diciamocelo, non frega niente a nessuno, salvo qualche fissato, che si fa nemici per ogni dove.

 

Davide Giacalone – Libero, 25 maggio 2010

 

 


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L'ultima crisi di nervi vip: la Fracci aggredisce Alemanno
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2010


Questo è un Paese dove i vecchi si sentono immortali. E sono voraci. Non rinunciano a nulla. Non smettono mai di ballare. È una mattina grigia. All’Opera di Roma i sindacati hanno organizzato una giornata di protesta contro il decreto di riforma delle fondazioni liriche. Gianni Alemanno, sindaco di Roma, ha appena finito di parlare. Si muove per tornare al suo posto ed è in quel momento che l’eterna etoile lo intercetta. È il canto di rabbia del cigno. «Vergogna, vergogna, farabutto». L’accusa: «Per due anni non mi hai ricevuto».

La Fracci perde l’equilibrio. È rossa in faccia. Urla. Guarda Alemanno come un bestemmiatore, uno che insulta le dee, gli intoccabili, le leggende che si ribellano al tempo, in questa Italia dove il presente e il passato non passano mai. «Vergogna». Cosa ha fatto Alemanno? Ha scelto. Ha detto no alla Fracci. Non ha rinnovato il suo contratto di direttrice del corpo di ballo. La Fracci ha 74 anni, il suo mandato è scaduto dopo 10 anni, ma lei si sente inamovibile. Eterea ed eterna. «Io sono una danzatrice che ha portato la danza in tutto il mondo».

È vero. Ma che c’entra? È qui il problema. Le leggende, da queste parti, non sognano l’Olimpo, ma una poltroncina ben pagata. Alemanno non parla, più tardi dirà poche parole: «Rispetto la sua storia e la sua arte, ma il rapporto con lei è ormai superato. Non è lesa maestà voltare pagina». Alemanno non vuole fare la parte del nibbio in questa storia. Ma bisogna stare attenti ai cigni. La loro grazia non ne rispecchia il carattere.

I cigni sono aggressivi. Quando li guardi danzare sui laghi, belli, bianchi, divini, non immagini che possano difendere il territorio contro tutto e tutti, gonfiano le piume, il becco si alza verso l’orizzonte, con un urlo stridulo, cattivo. Dicono che quando i cigni invecchiano non si fanno mai da parte. Il lago è loro, per diritto divino, per conquista, per leggenda. Carla Fracci deve aver preso qualcosa da loro.

Qualche stagione fa Roberto Bolle disse una piccola verità. La Fracci dovrebbe essere meno egoista, mettersi da parte e lasciare la direzione del corpo di ballo di Roma. «Questo sistema frena il ricambio generazionale, condiziona la resa coreografica, il ritmo». La risposta della Fracci fu al veleno. Disse che Bolle era finito. Non cresce più. Ha perso equilibrio. Non ha credibilità. «Io non devo rendere conto a lui della mia carriera. Ho ancora molto da insegnare, e quando ballo mi ritaglio ruoli adatti. Se interpreto la Regina Madre nel Lago dei cigni non porto via niente a nessuno».

La regina madre, appunto. Questo dice tutto. Nessuno chiede a Carla Fracci di andare in pensione, ma solo di rispettare la sua leggenda. È Carla Fracci. Non le hanno strappato il futuro. Non cambia nulla nella sua dignità. Non si annoierà, visto che è assessore alla Cultura in una terra come la Toscana. Avrebbe potuto rispondere con un dignitoso silenzio, quello dei grandi che non hanno bisogno di restare incollati alle miserie umane. Lei ha scelto la danza del cigno. Incazzato. È la stessa cosa che fece tre lustri fa a Verona, quando lasciò l’Arena, e alzando il mento disse: «Andrò da Veltroni a denunciare una situazione inaccettabile». E Veltroni, allora vicepremier, pianse per la divina.

Non solo Fracci. In questa Italia ci sono troppi vecchi indignati. Monumenti con il posto fisso. Come Francesco Saverio Borrelli che si è sentito martire perché ha dovuto lasciare la presidenza del conservatorio di Milano. O come certi giornalisti e giornaliste che teorizzano il teorema: «mezzobusto una volta, mezzobusto sempre». E se li cacci dal video ti «sparano». Qualche volta ci vorrebbe un sor Ranieri capace di mandare in panchina tanti vecchi Totti. Ma questi miracoli accadono, qualche volta, solo la domenica.

Vittorio Macioce – Il Giornale, 18 maggio 2010


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Teheran, lettera di una condannata
post pubblicato in Diario, il 10 maggio 2010


«Le torture sono il mio incubo. Soffro di continuo. I dolori causati dalle sevizie patite qui in carcere non mi danno tregua. I colpi alla testa durante gli interrogatori mi hanno causato dei gravi traumi, soffro di continue, insopportabili emicranie. Il naso sanguina per ore. Continuo a svenire. L’altro “regalo” delle torture sono i danni alla vista. Cala di giorno in giorno. Ho chiesto un paio di occhiali, ma non ho avuto risposta. Quando sono entrata qui dentro, tre anni fa, avevo i capelli neri, adesso stanno diventando tutti bianchi».
È un distillato di sofferenza in arrivo dall’Iran. È una lettera dall’aldilà. Una lettera dal patibolo. È l’ultima lettera di Shirin Alam Hooli, 29 anni. Me l’hanno spedita i suoi amici. Una specie di messaggio nella bottiglia. Un’ultima flebile speranza affidata all’oceano dell’informazione internazionale per salvare dalla forca una donna 29enne colpevole soltanto di essere nata curda. Non è servito. Ieri mattina, quando l’ho scaricata dalla posta elettronica, Shirin era già morta. Penzolava da una forca dietro le mura del carcere di Evin, a Teheran, assieme a Farzad Kamangar, Ali Heydarian, Farhad Vakili e Mehdi Islamian, altri quattro curdi accusati, come lei, di militare nel Partito del Kurdistan Vita Libera e condannati come lei alla pena capitale con l’accusa d’essere “Mohareb”, “nemici di Dio”.
Shirin in verità è morta senza neppure sapere perché era stata condannata. Come annota in questa ultima lettera disperata rivolta ora ai suoi aguzzini, ora a tutti noi, le sue origini curde, la sua lingua così diversa dal “farsi” parlato dal cosiddetto “tribunale rivoluzionario” non le hanno a volte permesso di comprendere le imputazioni. «Quando m’ interrogavate non riuscivo a parlare la vostra lingua, non capivo quello che dicevate. Ho imparato un po’ di “farsi” negli ultimi due anni chiacchierando con le mie amiche nel braccio femminile. Ma voi mi avete interrogato e condannato nella vostra lingua per non farmi capire e non permettermi di difendermi». Quando il 2 maggio butta giù questi pensieri Shirin sa di non avere più speranze. «Sto entrando nel terzo anno di prigionia, tre anni nelle peggiori condizioni dietro le sbarre di Evin. Ho passato i primi due anni in stato di detenzione preventiva senza nemmeno un avvocato. Le mie richieste di conoscere i capi d’imputazione non hanno ricevuto risposta fino a quando sono stata ingiustamente condannata a morte. Perché sono stata arrestata? Perché sto per essere mandata al patibolo? Per quale crimine? Perché sono curda? Se questa è la ragione fatemelo dire, sono nata curda. La mia lingua è il curdo. La sola lingua usata con familiari e amici, la sola unica parlata fino a quando sono diventata grande è stato il curdo. Ma oggi non mi è consentito né parlarla, né studiarla. Mi chiedono di negare la mia identità curda, ma farlo sarebbe come negare la mia stessa esistenza».
Shirin in quelle ore è appena tornata dall’ultimo interrogatorio. In quell’incontro cruciale con i suoi aguzzini si è rifiutato di concedere una confessione pubblica davanti ai microfoni e agli obbiettivi della televisione nazionale. Ha insomma appena rinunciato all’ultima possibilità di sottrarsi alla forca. «Oggi è il 2 maggio 2010, mi hanno portato un’altra volta alla sezione 209 del carcere di Evin per interrogarmi. Mi hanno chiesto di collaborare per ottenere il perdono e non venir giustiziata. Non riesco a capire cosa intendano quando mi propongono di collaborare. Oltre a quanto ho già detto non ho proprio nulla da dire. Pretendevano di farmi ripetere parola per parola quello che volevano loro, ma mi sono rifiutato. Loro mi dicevano “volevamo rilasciarti l’anno scorso, ma la tua famiglia non ha accettato di collaborare per questo siamo arrivati a questo punto”. Alla fine, però, hanno ammesso che sono solo un ostaggio. Uno di loro me l’ha spiegato chiaramente, non mi libereranno - ha detto - fino a quando non avranno ottenuto il loro scopo. Non mi lasceranno andare fino a quando non farò quello che vogliono. Mi terranno prigioniera per sempre o mi manderanno al patibolo». È l’ultimo pensiero di Shirin. Dopo ci sono la sua firma, la data del 3 maggio e la parola «serkefitn». In curdo significa vittoria. Shirin ha resistito ai suoi aguzzini. Non ha regalato loro la propria confessione. È andata a testa al patibolo. S’è conquistata l’ultima, estrema, disperata vittoria.

Gian Micalessin – Il Giornale, 10 maggio 2010 


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E all’estero scoprono l’italica (in)giustizia
post pubblicato in Diario, il 15 marzo 2010


Se il giudice si sveglia con la luna storta sono guai. Già questo sarebbe un male ma almeno sarebbe definitivo, invece il caos delle liste elettorali ci ha ricordato in modo chiarissimo come un pronunciamento di un tribunale spesso è solo l’inizio di un’odissea, costellata di ricorsi e controricorsi alla fine dei quali la pallina si può fermare sul rosso o sul nero. Quello che invece questa vicenda non ci ricorda è che se per la «giustizia» della politica le udienze si fissano il giorno dopo, per un cittadino e per un’impresa i tempi si dilatano mostruosamente e la pallina continua a girare sulla roulette dei tribunali per anni, nei quali tutto resta congelato salvo le spese.
Il punto è sempre quello: chi paga? Nel caso delle liste è evidente, i sondaggi parlano chiaro, ha pagato il Pdl anche dove il Tar ha sconfessato l’iniziale esclusione, come nel caso della Lombardia. Nel caso dei contenziosi che vedono coinvolti i cittadini e le società è altrettanto evidente: pagano loro, sia direttamente con le proprie tasche che indirettamente per tramite dei denari pubblici, che lo stato spende durante l’interminabile sequenza di ricorsi e verdetti. A questo punto forse è il caso di riflettere ancora una volta sull’evidente e clamorosa pericolosità della capacità invasiva di intervento di un tribunale abbinata con la totale deresponsabilizzazione di cui godono i magistrati.
In buona sostanza abbiamo una categoria che può minare reputazioni personali, cancellare partiti dalle elezioni, danneggiare magari irreparabilmente intere società con migliaia di dipendenti con la certezza di non dover mai rispondere personalmente del proprio operato. Se un giudice di grado successivo annulla i provvedimenti del precedente, magari spiegando che erano del tutto abnormi e che stravolgevano completamente la legge, quali sono le conseguenze per il magistrato accertato «colpevole» di tali errori? Semplice: nessuna.
L’altro giorno Nicola Porro su queste pagine ha ben spiegato il potenziale distruttivo di una legge (la 231) che consente di «incriminare» una società per i reati commessi (o anche ipotizzati) dei suoi vertici: in particolar modo, ricorda giustamente Porro, se la custodia cautelare è un duro colpo alla reputazione personale, il suo equivalente per una società (cioè il commissariamento) può essere un danno mortale e spesso non riparabile per ditte che magari impiegano migliaia di persone per bene e del tutto estranee a qualsiasi vicenda legale. Non a caso poi il Financial Times (a proposito, bensvegliati, dormito bene?) sgrana gli occhi e descrive in un’editoriale di Paul Betts lo stupore per dei manager imprigionati sine die come sta capitando a Scaglia ma soprattutto per l’enormità della richiesta di commissariamento di una grande società in salute «senza essere nemmeno vicini all’inizio di un processo». Ecco, l’abbinamento di questo potere con la mancanza di responsabilità civile diretta del magistrato (che non rischia nemmeno per la carriera) ricorda un po’ la possibilità di dare a delle persone dei candelotti di dinamite e il permesso di usarli liberamente. In molti saranno persone serie, ma chi ci garantisce che non ce ne siano alcune che semplicemente vogliano divertirsi a sentire il botto che fa il grattacielo quando cade? Come è possibile convincere un imprenditore estero ad investire in Italia quando sa che il rischio è di finire nella palude dei ricorsi sin dal primo mattone, magari per motivi risibili?
Il punto sta tutto qui: le storture della nostra giustizia non si combattono con nuove leggi ed interpretazioni perché tanto è sempre possibile per il magistrato bendarsi gli occhi e far finta di non vederle, come è accaduto per il caso delle liste elettorali. Occorre intervenire alla radice responsabilizzando il tribunale in modo che sappia che se sbaglia in modo grossolano ne potrebbe subire le conseguenze, come accade per qualsiasi cittadino italiano. Uguale per tutti.

Claudio Borghi – Il Giornale, 14 marzo 2010


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