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di Gianluca Perricone
Tanto non pagano mai
post pubblicato in Diario, il 12 ottobre 2009


L’acume politico e la capacità di osservare le vicende nazionali ed internazionali proprie di Francesco Cossiga sono note ai più. Ed anche sulla vicenda del Lodo Alfano, e sulla relativa pronuncia della Corte Costituzionale, il Presidente emerito non si è smentito.

Perché in molti hanno “finto” di non sapere che (almeno sulla carta), con la sentenza emessa l’altro giorno, la Consulta - ribadendo l’uguaglianza di fronte alla legge così come sancita dall’art. 3 - ha di fatto messo in mora anche i magistrati. Ha spiegato Cossiga: «Con una legge ordinaria anni fa i membri del Consiglio superiore della magistratura ottennero, non con una legge costituzionale ma con una legge ordinaria, la prerogativa della insindacabilità, e cioè la non punibilità, per i voti dati e i giudizi espressi nell'esercizio delle funzioni loro attribuite: e cioè – ha spiegato ancora l’ex Capo dello Stato - per i voti dati e i giudizi espressi nelle procedure per l'assegnazione di posti e cariche direttive o di trasferimenti su richiesta o d'ufficio dei magistrati o nelle cosidette 'pratiche a tutela' dei magistrati nei confronti di giudizi e opinioni espresse nei loro confronti da persone o istituzioni». E non finisce qui perché il senatore a vita ritiene che questo sia un vero e proprio privilegio che «costituisce una violazione del principio di eguaglianza, secondo quanto ha statuito la Consulta pronunziandosi sul 'lodo Alfano'» in quanto da introdurre nell'ordinamento giuridico con una legge ordinaria, ma con una legge costituzionale. Ma questo sicuramente non avverrà perché, sostiene ancora Cossiga, «trovandosi la Corte costituzionale e il Csm sulla stessa linea politico-ideologica, la Corte adotterà un metro di giudizio diverso da quello adottato nei confronti del lodo Alfano. E se qualcuno dirà: 'Ma tu, compagno, ti contraddici',  si risponderà come rispose Stalin a un compagno della direzione del Pcus:"Ebbene sì, mi contraddico. E tu compagno, che vuoi?"».

E allora, vogliamo parlare del referendum datato 8 novembre 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati per la quale  l’86,70 per cento dei votanti (crica 26 milioni di persone) si è espressa favorevolmente? Ne avete più notizia? Ad oggi, di certa, abbiamo soltanto la legge 117 dell’88, quella, per intenderci, che prevede che il cittadino può rivalersi – in caso di errori colposi o dolosi – non contro il magistrato che ha commesso l’errore, ma contro lo Stato. Altro che uguaglianza di fronte alla legge…

Per dirla con Matteo Mion (Il Giornale, 11 ottobre 2009), riferendosi appunto ai magistrati, «nonostante un referendum avesse sancito il contrario, non sono sottoposti (gli unici insieme a Dio) ad un giudizio di responsabilità. Possono scrivere tutte le baggianate che credono anche se l’oggetto è la restrizione della libertà altrui. (...)Sono per legge un gradino sopra tutti perché la Costituzione ne garantisce quell’autonomia che lorsignori hanno scambiato per primazia».
Eppure la stessa Costituzione prevede, appunto, che la responsabilità (quando la stessa è penale) è personale. Evidentemente lo è per tutti tranne che per loro: avete mai visto un magistrato in manette per un errore commesso nello svolgimento delle proprie mansioni, magari, appunto, restringendo ingiustamente l’altrui libertà?


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permalink | inviato da Perry il 12/10/2009 alle 14:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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