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di Gianluca Perricone
«Mio fratello accusato da un pugno di criminali mafiosi, passati nel rango di “pentiti”»
post pubblicato in Diario, il 13 gennaio 2011


La signora Anna è la sorella minore di Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde ed attualmente detenuto agli arresti domiciliari perché accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Ringraziamo Anna Contrada di aver accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

 

Signora Anna, innanzitutto, come sta suo fratello?

«Le condizioni di salute di mio fratello Bruno sono molto precarie per una serie di patologie da cui è affetto. Patologie riscontrate da un’infinita documentazione medica sia di parte che d’ufficio. Inoltre la sua salute psichica è stata colpita da una grave depressione reattiva determinata dalla lunghissima vicenda giudiziaria, vicenda che sarebbe più esatto definire “calvario giudiziario” in cui condanna, assoluzione e di nuovo condanna si sono avvicendate in un arco di tempo durato 15 anni».

 

I primi mesi di arresti domiciliari, dopo la detenzione nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, suo fratello li trascorse nella sua abitazione, a Varcaturo prima di essere trasferito nell’abitazione di famiglia a Palermo. Si ricorda quando lo ha rivisto sull’uscio di casa sua?

«Mi batte ancora il cuore ripensando a quel momento, rivedo quell’uomo che mi veniva incontro con passo molto incerto, magro, scavato in volto, non era il mio Bruno ma solo l’ombra di quello che era stato: quasi non lo riconoscevo. Riuscii, nonostante la calca di giornalisti e persone, ad incrociare il suo sguardo, sguardo fiero come sempre e solo allora lo riconobbi: era sempre lui in tutta la fierezza della sua bella anima. Era finalmente a casa, di nuovo tutta la famiglia riunita, figli, fratelli sorelle: atmosfera magica, gioia contenuta, sentimenti di autentico amore e devozione.

Col passare dei giorni, io ero quella che gli stava più vicino. Riservato, discreto come sempre. I momenti più belli che ricordo sono stati quelli in cui mi parlava della nostra vita trascorsa in famiglia con i nostri genitori, oppure di interessanti argomenti di storia. In altri momenti mi rendevo conto di dover rimanere in silenzio perché lo vedevo assorto, quasi assente, immerso nei suoi pensieri. Gli davo tutto l’affetto e le attenzioni che una sorella può dare, anzi di più, per sopperire alla lontana dei figli e della moglie che, per motivi di lavoro gli uni e di salute l’altra, non potevano essere sempre presenti.

Voglio precisare che mio fratello Bruno fu mandato in detenzione domiciliare a casa mia e non a Palermo per un disguido giudiziario, tanto è vero che chiese ed ottenne dal Magistrato di Sorveglianza di S. Maria Capua Vetere il trasferimento a casa sua a Palermo dopo tre mesi. Non è assolutamente vero, dunque, che sia stato qui da me perché non ritenuta compatibile la sua presenza a Palermo».

 

Posso chiederle i ricordi dell’inizio di questo incubo, di quando ha saputo che suo fratello Bruno era accusato di complicità con la mafia?

«Nell’apprendere del suo arresto posso dire, ora con certezza, di essermi sentita sprofondare in un abisso di dolore e disperazione, in una realtà che rifiutavo con tutte le mie forze perché orribile ed assurda: è come se avessi visto il mare sollevarsi verso l’alto ed il cielo precipitare sulla terra. Ero dominata da incredulità e indignazione, mi chiedevo “come hanno osato?”, “perché?”. Lo sentivo accanto a me, ferito a morte e il mio dolore lo vedevo moltiplicato negli occhi di tutti coloro che mi circondavano: fratelli, sorelle, figli, parenti, amici. Conoscevamo bene la personalità di Bruno, la sua grande statura morale, professionale, umana, conoscevamo bene il suo operato e la vita che aveva condotto in Sicilia, avendolo sempre seguito con apprensione e amore. Pertanto, non una parola fu creduta di tutto ciò che i mass media diffondevano in quel periodo».

 

Le chiedo (lo so che è difficile) di uscire per un attimo dai panni ‘di sorella’ e vorrei da lei un giudizio da persona comune: come può, un fedele servitore della Stato essere accusato, di punto in bianco, di collaborare con la criminalità organizzata e “socialmente pericoloso”?

«No, non è difficile spiegarselo. E’ stato accusato da un pugno di criminali mafiosi, passati nel rango di “pentiti”, molti dei quali (come Mutolo, Buscetta, Marchese, Cangemi ed altri) erano stati rigorosamente perseguiti da mio fratello nel corso del suo servizio a Palermo. Sono ben noti i motivi che spingono criminali efferati mafiosi a professarsi collaboratori di giustizia: vengono scarcerati e stipendiati dallo Stato ed in più, in questo caso, è stato per loro possibile assaporare anche il gusto della vendetta nei confronti di chi li ha perseguiti per i crimini commessi. Inoltre, come spesso accade in questi casi, si sono avventati su di lui altri che, come avvoltoi e jene - per i più svariati, inconfessabili e spregevoli motivi – hanno approfittato dello stato in cui ormai era stato ridotto mio fratello.

In evenienze del genere, poi, la calunnia, come una palla di neve, diventa valanga che rotola, travolge, soffoca, annienta è ciò è quello che è successo a mio fratello. A nulla sono valse le infinite testimonianze a favore da parte di altissimi esponenti delle istituzioni, capi della Polizia, alti Commissari, direttori dei Servizi, prefetti, questori, ufficiali dei Carabinieri e della Finanza. Funzionari dell’Alto Commissariato, della Questura, Criminalpol e Squadra Mobile che avevano conosciuto e lavorato con mio fratello».

 

Secondo lei, perché contro suo fratello ci sono state una serie impressionante di testimonianze: c’è stato un complotto ai suoi danni come ha sostenuto il suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera?

«Mio fratello non ha mai parlato di complotto, secondo il significato letterale della parola. Ha parlato di coacervo di cause e concause tutte accumunate dalle più svariate e deprecabili motivazioni che hanno poi determinato l’effetto infausto».

 

Signora Anna, in conclusione, chi come noi è convinto dell’integrità morale e professionale di Bruno Contrada, cosa deve aspettarsi dai prossimi mesi?

«Nonostante l’immane tragedia che ha distrutto in tutti i suoi aspetti la vita di mio fratello, la speranza che un giorno possa trionfare la verità non l’ho mai perduta. Anzi, col passare del tempo, aumenta dentro di me la certezza che un giorno la forza della verità spalancherà la porta della “Giustizia” come uno tsunami che tutto travolge, spazzando via le indegne calunnie di tanti pendagli da forca che con le loro menzogne hanno devastato la vita di mio fratello Bruno, uno dei migliori figli d’Italia».


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Adesso, che il guru…
post pubblicato in Diario, il 16 ottobre 2008


Adesso, che il guru radicale Marco Pannella stia facendo l’ennesima (meritoria) battaglia per il diritto di questo Paese ad avere un Presidente della Commissione di Vigilanza Rai e l’elezione di un giudice mancante della Corte Costituzionale, ci può anche stare. Per la verità non ho ancora capito (ma, sicuramente, dipende solo ed esclusivamente dalle mie capacità di apprendimento) cosa pensi il guru della candidatura di Leoluca Orlando quale garante (?) dell’informazione radiotelesiva nazionale, ma questa è un’altra cosa.

Adesso, che il guru radicale segnali alla distratta opinione pubblica la prossima esecuzione di Tarek Aziz (che, per la verità, al fianco di Saddam Hussein c’è stato) quale protesta non violenta contro l’esecuzione capitale, ci può anche stare. Anzi, se il guru di cui sopra dovesse protestare contro ogni esecuzione capitale in essere quotidianamente sul globo, rischierebbe davvero di lasciarci le penne. Comunque, a chi scrive, la pena di morte non piace, così come non aggrada di assistere via internet all’esecuzione di Hussein o di chiunque altro.

Adesso, che il guru radicale sia però afflitto da una sindrome “internazionalista” della condanna a morte e che neppure abbia mai pensato a fare lo sciopero, che ne so, della sigaretta, a favore di Bruno Contrada e della di lui pelle, questo no, non mi sento di fargliela passare. Perché – mi si scusi questa sorta di “nazionalismo” – se di potenziale condannato a morte si deve parlare, preferirei occuparmi di quelli nostrani prima di quelli iracheni e, per di più, di compravata amicizia (senza l’ausilio fondamentale di colpevolipoipentiti) con dittatori tutt’altro che stimabili.

Adesso, invece, sarebbe opportuno che il guru radicale dimentichi per un attimo di aver accettato di farsi assorbire (simbolo compreso) da Veltroni, di essersi ritrovato per questo al fianco di Antonio Di Pietro, di aver ottenuto poco più del nulla, di contare nel Pd come il due di bastoni come quando a briscola regna denari, e si dia da fare (insieme a noi e a quei pochi altri che in questa battaglia hanno sempre creduto) al fianco di un ultrasettantenne, per oltre quarant’anni fedele servitore dello Stato, che un manipolo di banditi (e non solo…), da lui fatti arrestare, ha deciso per vendetta di annientare, con l’ausilio di servizi segreti, dipietrini e travaglinini…
Adesso – e questo è un appello diretto – lo aspettiamo impazienti, nostro stimato e rispettato guru!

 


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permalink | inviato da Perry il 16/10/2008 alle 14:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Libero di morire
post pubblicato in Diario, il 25 luglio 2008


Il sostituto procuratore generale Ugo Ricciardi aveva dato il proprio parere favorevole al differimento della pena per il dottor Bruno Contrada. Ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere dev'esser sembrato troppo e così ieri mattina all'ex funzionario del Sisde sono stati concessi gli arresti domiciliari da scontare a Napoli, presso l'abitazione della sorella Anna.
“Contrada è socialmente pericoloso”: questa la motivazione della mancata concessione del differimento della pena.
Come si possa immaginare la pericolosità sociale di un uomo di quasi 80 anni, per interi lustri fedele servitore dello stesso Stato, rinchiuso in carcere militare “grazie” alle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia da lui stesso arrestati e, soprattutto, ormai stremato fisicamente e psicologicamente, resta un mistero.
Se non altro, con la decisione di ieri, un briciolo di umanità ha fatto la propria comparsa nella tragica vicenda giudiziaria dell'ex capo della Squadra Mobile di Palermo.
Aberrante, disumana, assurda è stata la detenzione alla quale è stato sottoposto il dottor Contrada, soprattutto alla luce di una serie di perizie mediche, l’ultima delle quali quella effettuata dalla dottoressa Agnesina Pozzi che pochi giorni fa aveva dichiarato a Giustizia Giusta: «trovo vergognoso che si debba dare in pasto alla stampa, sebbene col consenso del Dr. Contrada, quanto riguarda la privatezza delle sue condizioni di salute; tutto ciò per rendere partecipe l'opinione pubblica della barbarie che si sta perpetrando a suo danno, con la violazione di tutti i diritti alla salvaguardia della salute e della dignità umana, sanciti anche dalla nostra Costituzione. Le condizioni di salute del Dr. Contrada peggiorano di giorno in giorno e sono del tutto incompatibili con qualunque regime carcerario. Il farlo permanere crudelmente in questa condizione, a quasi 80 anni e malato, con alle spalle 40 anni di servizio per lo Stato Italiano, trascende ogni etica, ogni principio di pena o di "rieducazione" che dir si voglia; e consegna questa Repubblica, sedicente democratica e civile, all'onta della storia, avendo la stessa agito con clemenza nei confronti di criminali della peggior specie, compresi Priebke e Kappler».
Ma c’è di più. Nella sua perizia la dottoressa Pozzi scriveva: «Con sconcerto ho appreso dal Contrada che sebbene i giudici abbiano riconosciuto la gravità delle patologie, non ne dispongono la liberazione perché il regime carcerario non avrebbe ancora raggiunto, per lui, i limiti dell’umana tollerabilità». Siamo alle soglie della follia perché, almeno a quel che ci risulta, nessuno è in grado di determinare inequivocabilmente quale siano questi “limiti dell’umana tollerabilità”.
E’ forse la morte il limite oltre il quale il carcere non è più umanamente tollerabile?
Evidentemente no, poiché Bruno Contrada, o quel che ne resta, da ieri è un uomo appena un po' più libero.
Libero di morire.

in collaborazione con Alessio Di Carlo


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permalink | inviato da Perry il 25/7/2008 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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