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di Gianluca Perricone
L'incognita cinese
post pubblicato in Diario, il 9 luglio 2009


Il G8 dell'Aquila, ieri, non è rimasto orfano del presidente Hu Jintao. Perché la Cina entrerà in scena soltanto oggi nel formato del G14, ma anche perché gli Otto hanno mostrato coraggio decisionale proprio là dove Hu Jintao, prima di rientrare improvvisamente a Pechino, aveva comunicato al presidente di turno Berlusconi il suo scetticismo: nella difesa dell'ambiente. Per la prima volta gli Otto si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 50 per cento entro il 2050 (rispetto ai livelli del 1990, anche se Obama preferirebbe fissare il riferimento al meno severo 2005). Il solito proclama, le solite buone intenzioni destinate a rimanere lettera morta? Forse no, perché i Paesi più industrializzati, recependo le critiche di quelli emergenti, promettono che per loro il taglio sarà dell'80 per cento. Così, dicono gli otto Grandi, si riuscirà a ottenere che la temperatura globale non salga di più di due gradi rispetto all'era pre-industriale.

E qui torna in gioco Hu Jintao. Perché senza la partecipazione di Cina e India l'accordo di ieri rischierebbe di giungere moribondo alla conferenza di Copenaghen incaricata di disegnare il dopo Kyoto. Perché senza Cina e India gli stessi europei danno diverse interpretazioni dei loro accordi in sede Ue, figurarsi gli americani. Oggi, insomma, l'assenza di Hu si farà sentire. Forse anche lui direbbe no. Ma soprattutto è improbabile che la sua acefala delegazione dica sì. E così dovrà ricominciare quella rincorsa della Cina che oggi, come mai prima, tiene in ostaggio il mondo.

Non è forse vero, in tema di crisi economica e finanziaria, che la Cina ha stimolato il suo mercato interno più di chiunque altro e continua a crescere dell'otto per cento? Non è forse vero che la Cina finanzia buona parte del deficit statunitense? Il G8 di ciò è perfettamente consapevole come lo è il G20 e la sua diagnosi, tutta prudenza diversamente da quella sul clima, non ha riservato sorprese. E' vero che esistono segnali di miglioramento, ma la ripresa ancora non c'è ed è prematuro parlare di exit strategy per prevenire che i massicci stimoli già varati inneschino inflazione o portino alle stelle i debiti pubblici. Bisogna invece tenere la rotta, preparare un sistema di regole (i global standards voluti dall'Italia), rafforzare e riformare il Fondo monetario, colpire i paradisi fiscali. E, con urgenza, lottare contro la disoccupazione. Il seguito alla prossima più importante puntata, al G20 di Pittsburgh, in settembre.

E le crisi regionali, l'impegno alla non proliferazione appena sottoscritto da Obama e Medvedev, la scontata condanna della Nord Corea che spara missili come fuochi d'artificio? C'è stato anche questo, ieri. Con la condanna di Ahmadinejad per la negazione dell’Olocausto, e una formula più morbida sulle repressioni post-elettorali. Perché il consenso è di continuare a scommettere sulla politica della mano tesa nella speranza di imbrigliare le ambizioni nucleari di Teheran. Una scommessa a tempo, per forza di cose. Piuttosto, sui 160 ammazzati dello Xinjiang, non era il caso di dire una parola? Dimenticavo, anche se è partito, Hu Jintao pesa.

Franco Venturini – Corriere della Sera, 9 luglio 2009


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Pena di morte: sul podio la Cina
post pubblicato in Diario, il 27 marzo 2009


XXI secolo. 2390 messi a morte. Sul podio la Cina (1718 su 2390) che, addirittura, inietta la morte in  bus attrezzati per l’ultimo viaggio. Un colpo di pistola alla nuca è il metodo dei bielorussi, unico neo dell’Europa civile. A tirare le somme è Amnesty International. Nel suo rapporto annuale, cifre ancora disarmanti, ma indicative di una realtà che sta, lentamente, migliorando. Su 59 paesi che ancora la mantengono, “solo” 25 hanno eseguito condanne nel 2008 ed il 93% di queste in Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti.

Stiamo facendo un passo avanti verso un mondo libero dalla pena di morte”, così Irene Khan, segretaria generale dell’associazione. La stessa, però, aggiunge che, parallelamente alla esecuzione capitale “legalmente” riconosciuta, va energicamente considerato il fenomeno, in costante crescita della detenzione “segreta” che, in quanto tale, crea una black list che impedisce la registrazione di tali eventi. “E’ un rapporto devastante”, afferma Reed Brody, portavoce di Human Rights Watch, riferendosi ad un documento, redatto nel 2007 che dipinge il tramonto dell’umanità, attraverso colloqui con i detenuti “segreti”, vittime di percosse, privazione del sonno, esposizione a temperature estreme fino ad arrivare alla morte. Insomma, crocifissioni, ghigliottine, camere a gas, squartamenti, lapidazioni, impiccagioni “legalizzate”per non affollare le carceri, per rendere esemplare la pena e per impedire che il reo reiteri. Queste le motivazioni a sostegno della più vile azione umana: privare l’altro della Vita.
Eloquente e moderno “L’idiota” di Fëdor Mikhailovic Dostoevskij, nel quale si legge Ora, può darsi che il supplizio più grande e più forte non stia nelle ferite, ma nel sapere con certezza che, ecco, tra un'ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi adesso, ecco, in quell’istante, l'anima volerà via dal corpo e tu non esisterai più come uomo, e questo ormai con certezza; l’essenziale è questa certezza. [...] La punizione di uccidere chi ha ucciso è incomparabilmente più grande del delitto stesso. L'omicidio in base a una sentenza è incomparabilmente più atroce che non l’omicidio del malfattore”.

Alessandra Nardini – GiuastiziaGiusta.info, 26 marzo 2009 


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Il prezzo dei giochi
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2008


Come sempre ci appassioneremo all’impegno agonistico di tutti gli atleti per superare se stessi e l’avversario. Come sempre faremo naturalmente il tifo per gli «Azzurri», e come sempre sentiremo qualcosa muoversi dentro di noi ogni volta che vedremo il tricolore salire sul pennone accompagnato dall’inno di Mameli. Ma anche assistendo ad una gara sportiva e tifando per i «nostri» non potremo certo smettere di essere interamente noi stessi. E perciò di considerare le Olimpiadi non soltanto un insieme di gare e di record, di accoglienza efficiente e di impianti strepitosi: da molto tempo, infatti, esse sono pure qualcos’altro. A decidere dove si tengono, è ogni quattro anni il Comitato olimpico internazionale (Cio) — un gruppo di signori discretamente avidi, con un passato macchiato da numerosi episodi di corruzione, e comunque orientati a prendere le proprie decisioni fondamentalmente in base ai proventi ricavabili dalle sponsorizzazioni e dalla vendita dei diritti televisivi. Non meraviglia che non abbiano nessun problema a far cadere la loro scelta su regimi dittatoriali: sono proprio questi, infatti, che, se vogliono, possono spendere più soldi e dunque far riuscire più grandiosa e spettacolare la manifestazione, rendendola così più reclamizzabile e appetibile. Il perché è facile da indovinare: i regimi di questo tipo sono i più interessati al profitto politico ricavabile dall’investimento olimpico. La scelta della Cina è stata perciò una scelta avveduta: un grande Paese in crescita impetuosa e con una quantità di risorse da spendere, un regime sicuro del fatto suo ma spasmodicamente bisognoso di far dimenticare le proprie brutture. All’oligarchia comunista cinese i Giochi olimpici servono soprattutto a questo, come un belletto. E chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa?

Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico (va bene: anche, ma è un anche pesante come un macigno). In questo caso servono a nascondere l’altra faccia del miracolo cinese: la repressione spietata delle minoranze nazionali e di qualunque richiesta di diritti politici e sindacali, il record mondiale delle esecuzioni capitali, il sostegno ai regimi più impresentabili del pianeta (dalla Birmania allo Zimbabwe, al Sudan), lo sfruttamento bestiale nelle fabbriche, le condizioni miserabili di tanta parte delle campagne, la catastrofe ecologica diffusa; e infine la presenza al vertice di una casta chiusa e corrottissima.

Lo sviluppo economico cinese ha costi umani, sociali e politici orribili, ed è per nascondere questi costi che sono state organizzate le Olimpiadi di Pechino: distruggendo le abitazioni di migliaia di famiglie per far posto agli stadi, deportando fuori città decine di migliaia di persone per ragioni di «ordine pubblico», in pratica sottoponendo da tempo la capitale cinese ad un vero e proprio stato d’assedio. Ogni cosa ha il suo prezzo, si sa, ma cosa resterà mai degli «ideali olimpici», mi chiedo, dopo che ne avranno pagato uno così alto?

Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera, 7 agosto 2008


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Martin e Bimba
post pubblicato in Diario, il 6 agosto 2008


Chissà se a Martin Feldman del Pdl e alla Ministra Bimba la proposta è venuta su così, su due piedi, o ci hanno pensato anche sopra. Ma mi chiedo: come si fa a chiedere agli atleti olimpici di compiere gesti di protesta a favore delle libertà in Cina?

Ma come, qualche tempo fa l’allora premier Romano Prodi si recò nella terra di Mao con codazzo (variamente composto) per genuflettersi (più o meno metaforicamente) di fronte alle autorità politiche ed economiche di quel paese e gli atleti, alla prima occasione, dovrebbero compiere quel gesto eclatante che li renderebbe noti alle cronache internazionali?

Ma come, quando arriva in Italia il Dalai Lama, gran parte delle autorità politiche del nostro Belpaese si gira dall’altra parte fischiettando, affannandosi a riempire agende di appuntamenti inventati pur di evitare di incontrarlo “per non contrariare gli amici cinesi”, e il ginnasta bischero mi dovrebbe fare ciaociao alle telecamere con la scritta TIBET impressa sui polpastrelli della mano?

Ma come, alle cerimonia inaugurale sarà presente il ministro degli Esteri italiano (il quale, invece, avrebbe fatto bene a convocare alla Farnesina l’ambasciatore cinese in Italia e spiegare lui i motivi della mancata partecipazione alla manifestazione) e Rosolino dovrebbe invece ricordare al governo di Pechino che, oltre allo smog, dalle loro parti c’è anche la pena di morte?

Ma come, mentre in corso la cerimonia di apertura dei Giochi (al cospetto, tra gli altri, al presidente americano Bush, a quello francese Sarkozy, al primo ministro giapponese Yasuo Fukuda, il principe ereditario di Spagna Felipe), i nostri atleti (per esempio, che so, Ranocchia, Nocerino e Gibilisco) dovrebbero fare i pirla protestando per le strade pechinesi brandendo bandiere con i colori del Tibet?

Una grande idea, quella di Martin e Bimba. Anche perché, secondo loro, gli atleti azzurri non dovrebbero nemmanco partecipare alla cerimonia di apertura. Ve li immaginate Bush o il presidente cinese Hu Juntao che chiedono a Frattini “ma che fine hanno fatto i vostri campioni?”. E il nostro ministro, pronto come al solito: “Non lo so: li ho lasciati che stavano invadendo Nanchino”.


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Noi, spettatori pavidi da Berlino 1936 a Pechino 2008
post pubblicato in Diario, il 31 luglio 2008


Davvero: bello schifo di Olimpiadi che ci aspetta. Internet, in Cina, rimane censurata anche per i giornalisti occidentali: non puoi neppure accedere al sito di Amnesty international, per dire, o fare una chiave di ricerca digitando «Tienanmen» senza che arrivi la Netpolice a chiederti spiegazioni. I cronisti sono precettati. Il Tibet rimane blindato. Il Dalai Lama pure. C’è uno smog tipo Londra di fine ’800 (anche se lunedì le autorità hanno comicamente annunciato che era andato tutto a posto, le polveri erano scese di sette volte in una notte: avranno arrestato anche quelle) e per gli atleti si prepara il contrappasso delle Olimpiadi di Messico ’68, quando sugli altopiani l’aria rarefatta favorì record su record: a Pechino c’è chi ha proposto di gareggiare con le bombole, o col berretto dei minatori per vedere almeno il traguardo. Gli unici che si battono il petto sono coloro che per risolvere un problema semplicemente lo negano: i cinesi, pronti a fare incetta di medaglie o perlomeno, gli andasse male, a copiarle.
Morale: abbiamo i danni sportivi e le beffe umanitarie, ed è un’occasione persa per tutti. Spiace dirlo: è persa anche per un governo, il nostro, che sulla questione tibetana e sui diritti civili ha mostrato un profilo neppure pilatesco, neppure ascrivibile alla nenia della santissima realpolitik: siamo tornati una repubblica marinara di modesto cabotaggio mercantile, come se ministero degli Esteri e ministero del Commercio estero fossero la stessa cosa, come se in epoca di celeberrima globalizzazione (anche della politica estera, anche della realpolitik) tutto non dipendesse da tutto, e di diritti umani, di sanzioni, di boicottaggi, si potesse ufficialmente parlare solo in certe zone del mondo. Esportare la democrazia? In Cina, per intanto, hanno importato noi: ma hanno lasciato fuori dalla porta i nostri stupidi bagagli occidentali, ciarpame rimediato dopo un paio di rivoluzioni in Francia e in America.
L’avevamo previsto, e non è che ci volesse una palla di vetro: per il Tibet, in concreto, non si è fatto nulla o ci si è limitati a spiegare ciò che non andava fatto: boicottare le Olimpiadi, per esempio. Il sommovimento pro-Tibet per una volta era mondiale, e certo, c’era la stridente pretesa che maratoneti e nuotatori affrontassero moralmente ciò che un organismo come l’Onu ha sempre disertato politicamente: ma era qualcosa, anzi era molto. Per la prima volta nella Storia, forse, l’idea di boicottare una manifestazione sportiva sarebbe apparsa ecumenica, normale, per niente estremista, uno strumento formidabile per propagandare la democrazia e i diritti umani (non vendibili separatamente) come forche caudine non solo di un presunto progresso umano, ma anche di ogni futuribile import-export. Non era e non sarebbe stata una campagna mirante in particolare a dividere, come piace dalle nostre parti: solo a ridurre il danno, unendo laici e cattolici, destra e sinistra, idealisti e importatori tessili.
Invece? Invece lo schifo che ci aspetta. Hanno vinto i cinesi e probabilmente non hanno mai avuto dubbi su questo: la Cina del resto se ne fotte. Sempre. Ha firmato la dichiarazione universale dei diritti umani, il Patto per i diritti civili e politici, la Convenzione contro la tortura del 1988, la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1992, e se ne fotte della proprietà industriale, dell’inquinamento, dei diritti sindacali, dei diritti umani anche basici, della libertà religiosa, della democrazia, del Parlamento Europeo, di tutto. I cinesi sanno che gli Usa non possono rinunciare ai prodotti cinesi a basso costo e sanno che gli investitori cinesi se sparissero farebbero tracollare il Paese; mentre l’Europa, manco a dirlo, ha nella Cina il principale partner commerciale. È proprio per questo che il boicottaggio delle Olimpiadi era perfetto con tutti i suoi limiti: era un fronte simbolico, apolitico, l’ultima illusione che la politica potesse primeggiare su quello che Giulio Tremonti chiamerebbe mercatismo, e noi pure. Boicottare le Olimpiadi non era il minimo che si potesse fare: era il massimo.
Grandi personalità politiche mondiali perlomeno si sono espresse, qualcuna ha disertato o ha mandato un messaggio forte. Noi? Franco Frattini prima ha detto che non avrebbe incontrato il Dalai Lama per non provocare «gli amici cinesi»: questo nonostante gli Usa avessero decorato il Dalai Lama con la medaglia d’oro del Congresso, già imitati da Canada, Austria e persino da quella Germania che è il primo Paese europeo per interscambio con la Cina. Frattini, poi, resistendo a qualche pressione interna (in An e nei Riformatori liberali) ha detto che «boicottare le Olimpiadi è inaccettabile», sicché ha spedito in Cina un sottosegretario salvo apprendere che alle Olimpiadi, controvoglia, forse dovrà andarci lui. Controvoglia: anzitutto perché aveva in programma le ferie, in secondo luogo perché le sue attenzioni sono proiettate sul rinsaldare l’asse dell’Atlantismo: anche se intanto eravamo membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, di fatto, e non permanenti restiamo; anche se intanto l’impegno di aumentare il nostro impegno militare in Afghanistan è davvero tutto da verificare; anche se Barack Obama, di passaggio in Europa, è andato in Francia e Germania e Inghilterra ma non da noi. Ora: dire che gli Usa ci trattino con sufficienza forse è troppo, ma che i cinesi cerchino regolarmente di dettarci l’agenda diplomatica e che minaccino regolarmente ritorsioni commerciali (vedi Dalai Lama) è semplicemente la verità. Noi abbassiamo la testa e accettiamo. Per consolarci, nei convegni, ci raccontiamo la balla (balla storica e politica) che l’evoluzione del mercato cinese possa portare alla democrazia, ossia che alle libertà economiche possano equivalere quelle politiche. A Pechino, viceversa, vedono la democrazia giusto come un rischio per la crescita economica. Hanno bisogno di altro. Di noi, per esempio: spettatori pavidi, dopo Berlino 1936, di Pechino 2008.

Filippo Facci – Il Giornale, 31 luglio 2008

 

 


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L’ipocrisia dell’ Occidente
post pubblicato in Diario, il 18 marzo 2008


Non è disfattismo pensare che per il Tibet, in concreto, non si farà nulla o ci si limiterà a spiegare ciò che non va fatto. Si invoca il boicottaggio delle Olimpiadi (che non verranno mai boicottate) come se maratoneti e lanciatori di giavellotto potessero affrontare moralmente ciò che l’Onu diserta politicamente: l’Occidente finge di appoggiarsi alla speranza che l’evoluzione del mercato cinese possa portare alla democrazia, ossia che alle libertà economiche possano equivalere quelle politiche. Eppure, secondo molti osservatori, il problema cinese è giusto il contrario. A Pechino, liberalizzando e democratizzando, temono di mettere a rischio la crescita economica.

Tornando alle piccole cose italiche, vediamo che le timide reazioni nostrane sono sintomatiche: hanno reagito d’impulso, dopo le prime notizie dal Tibet, solo i ruspanti della Destra e della Lega; Gianfranco Fini, Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti di converso hanno fatto invocazioni di circostanza che in concreto sono nulla, con l’eccezione del candidato sindaco Gianni Alemanno che ha prospettato il boicottaggio olimpico. Anche l’appello del Presidente della Repubblica, che invoca «un’iniziativa europea», in buona sostanza, chiede che del problema si occupino altri. Il cinismo commerciale di certo Occidente, se fosse una persona, assomiglierebbe terribilmente a Romano Prodi. L’esempio del Dalai Lama è lampante. Nel dicembre scorso, quando da capo del governo non volle incontrare il capo spirituale tibetano, Prodi disse così: «Ho la responsabilità di un Paese e devo rendermi conto delle conseguenze delle mie azioni: il Dalai Lama in fondo non l’avevamo neanche invitato, e comunque la ragion di Stato esiste». Nell’ottobre 2006, nondimeno, Prodi mancò a un altro incontro col Dalai Lama prima di recarsi in visita ufficiale in Cina. E arrivederci.

Berlusconi per ora tace, anche se avrebbe buon gioco nel ricordare che da capo del governo, nel 1994, ricevette il Dalai Lama senza che l’import-export con la Cina andasse per forza in frantumi. Parte della sinistra invece non riesce a non strizzare l’occhio a un’economia che potrebbe sbaraccare quella statunitense, e sarà per questo, nel dicembre scorso, che tra i Comunisti italiani non c’era neanche un firmatario tra i 285 parlamentari che chiesero un ricevimento ufficiale per il leader tibetano; di Rifondazione comunista, poi, firmarono solo in due. Il nostro Paese ne uscì come un paesaggio di mezze stature e di piccoli interessi, per quanto nei mesi precedenti gli Usa avessero appigliato al Dalai Lama la medaglia d’oro del Congresso e nonostante lo stesso avessero già fatto Canada, Austria e Germania: lo Stato guidato da Angela Merkel, notare, era e resta il primo Paese europeo per interscambio con la Cina. Ma non ebbe paura.
Ciò posto, gli Usa non possono rinunciare ai prodotti cinesi a basso costo e gli investitori cinesi se sparissero farebbero tracollare il Paese; l’Europa, manco a dirlo, ha nella Cina il principale partner commerciale. Di fronte a questo, i diritti umani valgono un fico secco. Nessuno azzarda l’inversione dei ruoli; ossia che anche Pechino non possa permettersi di azzerare l’interscambio commerciale con l’Occidente. Il Tibet non è un problema, giacché l’economia occidentale, in passato, non si è fatta condizionare da ben altro: dai dati sulla pena di morte in Cina, dalle notizie sugli organi espiantati e rivenduti senza il consenso dei familiari, dalle torture, dai religiosi ammazzati, dai dissidenti imbottiti di psicofarmaci, dai lager dove milioni di uomini imprigionati alimentano un'economia anche fondata sullo schiavismo. Nessuno, per ora, ha seriamente condannato la Repubblica Popolare Cinese per la sua produzione industriale e manifatturiera operata nei lager, la stessa schiavitù impiegata, ora, per preparare le mirabolanti strutture olimpioniche che vedremo l’estate prossima.

Nessuno ha seriamente da dire neppure sui lavoratori non forzati: nelle imprese private cinesi, a fronte di paghe ridicole e di ferie praticamente inesistenti, le ore straordinarie sono obbligatorie e forfettizzate; la cifra è la stessa che si tratti di venti minuti o di dieci ore. I salari sono spesso pagati in ritardo per giornate che vanno dalle 10 alle 12 ore, e i regolamenti sono da pazzi: capita che ai lavoratori sia vietato di parlare nelle ore di lavoro e anche durante i pasti, mentre in caso di negligenza è previsto licenziamento e pene corporali. Ai lavoratori spesso è vietato sposarsi e avere figli. Se licenziati, spesso, non ricevono alcuna indennità e solo una minima parte della pensione. In Cina non si può certo parlare di cure sanitarie, e i licenziati possono vedersi negare l’accesso all’educazione scolastica dei figli: da qui una maggior tolleranza per il lavoro minorile e nondimeno per una spaventosa quantità di ragazzini morti sul lavoro. Resta inteso che i sindacati indipendenti sono proibiti. Non è chiaro quanto possa durare tutto questo: ma è ben evidente che a un possibile tracollo della Cina saranno egualmente impreparati Bruxelles come Pechino.


Filippo Facci – Il Giornale, 18 marzo 2008

 

 


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