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di Gianluca Perricone
Supercarcere di Rieti: la nostra provocazione
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2010


Tutti a parlare di emergenza carceri, tutti a proporre “nuove soluzioni” al problema, Striscia la Notizia che periodicamente segnala carceri costruite sul nostro territorio nazionale, mai aperte, vere e proprie cattedrali nel deserto che lentamente marciscono, esempio tangibile di sperpero di denaro pubblico.

Ecco, in questo scenario c’è anche il supercarcere di Rieti - struttura avanzata ed inaugurata da pochi mesi – che costituisce un altro esempio di cattiva gestione (e programmazione) delle strutture pubbliche e degli investimenti economici dello Stato. In quell’istituto penitenziario, infatti, sono state attivate soltanto due sezioni delle undici esistenti. I 113 detenuti attualmente rinchiusi in quel supercarcere (che ne conterrebbe, a pieno regime, quasi il quadruplo) «si sono ritrovati prima in due, poi in tre e alla fine in quattro per ogni cella. Ammassati in circa 4 metri per 4. Due letti a castello, uno di fronte all’altro» come ha scritto l’altro giorno la pagina locale del Messaggero. E’ giusto ricordare che ognuna di quelle celle era stata progettata per ospitare due persone; insomma una struttura penitenziaria “a misura d’uomo”.

E invece… Ancora dal Messaggero: «Il carcere è dotato di un padiglione sanitario, con macchinari radiografici e per la cura dei denti, e una zona di ricovero, ma manca il personale per aprirlo. Una riforma ha trasferito i compiti sanitari dall’amministrazione penitenziaria alle Asl locali che, come nel caso di Rieti, non hanno infermieri e medici da destinare al carcere, perché la Regione non li ha assunti. Risultato: ogni volta che un detenuto accusa un dolore, e non è sufficiente la consulenza del dottore che ogni mattina si reca in carcere, bisogna chiamare il 118 e scortarlo fino al pronto soccorso o, come spesso avviene, accompagnarlo direttamente».

Eppure in una regione come il Lazio – soprattutto a causa della presenza dei due superaffollati penitenziari romani (Regina Coeli e Rebibbia) sul territorio regionale – l’esistenza (e, naturalmente, il suo utilizzo ‘a pieno regime’) di una struttura carceraria come quella reatina contribuirebbe notevolmente ad attenuare il problema del sovraffollamento carcerario.

E invece niente. Perché, alla fine, il problema è sempre lo stesso: mancano gli agenti di Polizia Penitenziaria (in servizio ce ne sono una novantina, ne mancano quasi centottanta) e quindi quella casa circondariale nuova di zecca costruita alle pendici del monte Terminillo rischia di trasformarsi nell’ennesimo monumento allo spreco. Siamo cioè nuovamente di fronte a ciclopiche incongruenze nelle programmazione in materia di realizzazione di strutture pubbliche: è come se si costruisse un ristorante senza avere cuochi, camerieri, lavapiatti ed addetti alle pulizie per mandarlo avanti. La realizzazione di quel luogo di ristoro costituirebbe un investimento privo di ogni logica.

E come se non bastasse, la scorsa settimana un assistente capo della polizia penitenziaria reatino è stato aggredito e ferito da un detenuto.

Allora, a questo punto, ci rendiamo disponibili ad offrire, al prossimo “solone” che andrà parlando di necessità della costruzioni di nuove carceri, una gita a Rieti vitto compreso. Ma in un ristorante dotato di tutto il personale necessario per il suo funzionamento.


Scritto per GiustiziaGiusta.info
 

 


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Numeri preoccupanti dal pianeta-Giustizia
post pubblicato in Diario, il 7 maggio 2010


In materia di giustizia, il numero di maggio del mensile free press Pocket pubblica dei dati piuttosto preoccupanti il primo dei quali, già da solo, sarebbe sufficiente a far mettere le mani nei capelli agli operatori (e non solo a loro): lo Stato spende in media 38 milioni di euro ogni anno come riparazione verso i cittadini vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari. Dal 2001 ad oggi, infatti, la cifra erogata complessivamente è di 383 milioni di euro, con il dato relativo al 2010 ovviamente ancora parziale.

Ma non è tutto. Secondo quanto riportato dal periodico diretto da Daniele Quinzi, degli oltre 66mila detenuti oggi presenti nelle carceri italiane, 15.241 sono in attesa di primo giudizio, 8.182 quelli in attesa della sentenza d`appello, 5.011 i ricorrenti e 1.750 gli "imputati misti", vale a dire detenuti in attesa di primo giudizio che sono anche appellanti, o ricorrenti, per altri fatti a loro carico, o ricorrenti che sono anche appellanti, in ogni caso senza nessuna condanna definitiva. Questo, in parole povere, vuol dire che circa la metà dei detenuti italiani  sono, allo stato dei fatti, da considerarsi presunti innocenti dietro le sbarre.

Pocket ricorda anche che attualmente è fermo al Senato un disegno di legge bipartisan, che vede come primo firmatario il presidente della Commissione Giustizia Filippo Berselli. Il ddl, si legge sempre nell'articolo del mensile, prevede che chi abbia subìto un periodo di detenzione di sei anni in sede di custodia cautelare (ovvero il massimo consentito dalla legge per i reati più gravi) possa ottenere più dei 516mila euro previsti dall`articolo 315 del Codice di Procedura Penale, di cui si chiede la modifica. Ne deriverebbe un maggior onere di diverse decine di milioni di euro per lo Stato, che potrebbe essere coperto da un aumento dell`imposta sui tabacchi.

Nessun tipo di risarcimento, invece, per chi viene imputato ingiustamente e, pur non scontando nessun giorno di carcere, vede la propria reputazione macchiata o distrutta da accuse che poi si rivelano infondate. La Cassazione, infatti, ha stabilito che "non ha diritto al risarcimento dei danni il cittadino che è stato ingiustamente imputato e poi assolto". Può invece essere risarcito un condannato, nel caso in cui la carcerazione preventiva sia di durata superiore alla pena.


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Carceri, iniziative senza senso e privilegi di casta
post pubblicato in Diario, il 31 agosto 2009


Purtroppo siamo sempre alle solite. Sulle condizioni delle carceri – e, soprattutto, su chi dentro di esse dovrebbe vivere in modo quanto meno dignitoso – ogni tanto si discute, talvolta si adottano “provvedimenti tampone”, talora si persegue la strada dell’iniziativa mediaticamente rilevante. Senza però avere il coraggio di affrontare in modo deciso, definitivo, inequivocabile e – ci si consenta – finalmente serio, la questione della condizione di vita negli istituiti di pena italiani.

A tal proposito sembrano non rivelarsi neppure sufficienti i provvedimenti che l’Italia subisce da diverso tempo dagli organismi di giustizia europei proprio a causa dello status della giustizia e dei danni che la stessa arreca, non tanto a detenuti, quanto ad essere umani evidentemente non considerati tali.

Per dircela tutta. Secondo lo scrivente ha ragione Davide Giacalone al quale sfugge la “simbologia ferragostana” della visita – programmata e quindi, praticamente, inefficace – di 150 parlamentari in alcune carceri italiane: «il lavoro ispettivo – ha scritto Giacalone – dovrebbe essere fatto tutto l’anno ed a sorpresa». Insomma, le scampagnate pianificate del 15 di agosto nelle patrie galere sono completamente inutili, senza senso. Mentre tutti, a destra come a sinistra, sono consapevoli che gli istituti penitenziari sono popolati per oltre il 50% di detenuti in attesa di giudizio, quindi potenzialmente innocenti. Secondo Giacalone, e noi ci sentiamo di sottoscrivere l’assunto, questo significa che «riformando i tempi della giustizia (a proposito: i magistrati hanno ferie più lunghe dei parlamentari, ed è una bella gara!) e rendendo obbligatori i termini temporali che procure, tribunali e corti devono rispettare, si riuscirebbe non solo ad avere maggiore certezza del diritto, ma anche condizioni meno disumane nello scontare eventuale pena».

Dopo aver accettato l’invito di Marco Pannella a trascorrere il ferragosto dietro le sbarre (e lasciamo perdere le facili ironie), sarebbe assai più utile che i parlamentari (e non solo loro…) si rendessero conto che il sistema giudiziario italiano (e con esso quello carcerario) è oramai in coma e le responsabilità non sono soltanto del potere legislativo e, quindi, politico, ma anche di quello togato, sempre più incline a non accettare alcun tipo di riforma pur di tutelare i propri privilegi (economici e non solo) di casta.

Invece, sempre per dirla con Giacalone, servirebbero «più diritto, più diritti, più giustizia, più lucidità nell’impostare riforme profonde, che non siano l’eterno rincorrere le emergenze. Serve maggiore autonomia del legislativo dal ricatto del giudiziario, e la totale estraneità del giudicante rispetto a chi sostiene l’accusa. Serve coraggio e determinazione».
Già, coraggio e determinazione. Faccia allora un passo indietro chi non possiede queste due peculiarità indispensabili per riformare la giustizia del nostro Paese; ne faccia invece due (sempre all’indietro) chi si ostina invece a mantenere in piedi un traballante e malato sistema di cartapesta (come, appunto, quello giudiziario) pur di non rinunciare ai propri, infiniti ed inestimabili privilegi.


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Presunti innocenti dietro le sbarre
post pubblicato in Diario, il 2 luglio 2009


L’altro giorno l’associazione Antigone – nata per la difesa dei diritti nelle carceri – ha presentato il suo sesto rapporto sugli istituti di pena italiani.

Apparentemente si tratta di freddi numeri che, in realtà, danno il quadro di una situazione (appunto quella delle carceri) che dimostrerebbe di aver bisogno assai più di un indulto una tantum.

Oggi, nelle carceri del nostro Paese, sono detenute 63.460 persone, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare e oltre anche la cosiddetta capienza tollerabile, l'indice che individua il limite massimo per la stessa amministrazione penitenziaria. In alcune regioni il numero dei detenuti è addirittura quasi il doppio di quello consentito: in Emilia Romagna il tasso di affollamento è del 193%, in Lombardia, Sicilia, Veneto e Friuli è intorno al 160%.

Ancora qualche numero. Tra il primo maggio e il 15 giugno di quest'anno i detenuti sono cresciuti di 1.340 unità. Dal primo gennaio 2009, l'aumento è stato di 5.500 detenuti. Il tasso di crescita è di poco inferiore alle 1.000 unità al mese. Se il trend dovesse continuare, si può dedurre che a fine anno la popolazione carceraria raggiungerebbe quota 70 mila detenuti. E nel giugno del 2012 si arriverebbe a 100 mila unità!

Dicevamo che nelle nostre carceri sono rinchiusi 63.460 detenuti, meno della metà dei quali (30.186) sta scontando una condanna passata in giudicato: il dato risale allo scorso 15 giugno. La maggioranza (52,2%), invece, è in galera in custodia cautelare, “ovvero – scrive nel rapporto l’associazione Antigone – in una condizione teoricamente eccezionale, che implica la privazione della libertà a danno di persone per cui ancora vige la presunzione di innocenza”.
La cosa non ci sembra di poco conto: più della metà dei detenuti è in stato di detenzione in attesa di sapere se merita di essere detenuto. Insomma, piaccia o no, è dentro da innocente in quanto nessuna sentenza lo ha dichiarato colpevole di aver commesso un reato. A queste condizioni, l’ordinamento giuridico e la certezza della pena sono destinati ad andare a farsi benedire.

Non sappiamo se la colpa è attribuibile alla lentezza dei processi o delle indagini relative, o di cos’altro sia la responsabilità: ma noi, a differenza di tanti giustizialisti di basso profilo, riteniamo da sempre che dietro le sbarre debba andare a finirci il sicuro colpevole, non il presunto innocente. E’ questione di civiltà giuridica e, a questo punto, ne varrebbe anche un lieve miglioramento della vita di chi in carcere vi è perché condannato.


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