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di Gianluca Perricone
“Il centrosinistra deve ripensare a quindici anni di giustizialismo” – Intervista a Daniele Capezzone
post pubblicato in Diario, il 19 dicembre 2008


Qualche giorno fa il portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone ha accettato volentieri di rispondere a qualche nostra domanda e per questo Giustizia Giusta lo ringrazia.

 

 

Capezzone, sono qui a portarle i saluti di Marco Travaglio: li accetta?

Il portavoce di Forza Italia sorride: «Ma certo, ci mancherebbe altro…».

 

Non è vero, Travaglio non la saluta. Cambiamo argomento. Quale è oggi, a suo parere, il maggiore pericolo per la giustizia?

«Mettiamola così. Il pericolo maggiore per la giustizia italiana è che rimanga così come è: il pericolo maggiore è lo status quo . Uno status quo che attualmente è quello di una vera e propria bancarotta, sia sul piano della giustizia civile che su quello della giustizia penale.

Le riforme sono quindi ineludibili e da questo punto di vista dovrà essere esperito un tentativo di dialogo con l’opposizione, ma non si può sacrificare sull’altare del dialogo la velocità e la profondità della riforma. Cioè, se il Partito democratico pensa di utilizzare il “totem” del dialogo come strumento per annacquare la riforma o per ritardarne i tempi, questo non lo possiamo consentire perché l’esigenza dei cittadini non può essere sottomessa alle beghe e alle difficoltà di un partito, in questo caso del Pd.

Così come lascia a dir poco perplessi l'idea di Veltroni di una fantomatica commissione da istituire per studiare la riforma della giustizia, e per almeno tre ragioni. Primo: in Italia le commissioni vengono istituite soprattutto quando si vuole perdere tempo, e non si vuole combinare nulla. Secondo: non si capisce a che titolo, se si tratta di cose parlamentari, dovrebbero parteciparvi magistrati e avvocati. Terzo: esistono le commissioni Giustizia di Camera e Senato, che hanno proprio il compito di predisporre testi per l'Aula. Quindi, la proposta di Veltroni appare assolutamente impropria».

 

E con Antonio Di Pietro che si fa?

«Di Pietro è un prodotto di Veltroni il quale dimostra di essere un leader che dice quasi sempre le cose giuste e fa quasi sempre le cose sbagliate: prima delle elezioni aveva detto “vado da solo” e invece si è messo in casa l’ex pm il quale è, come dire, “dipietrista”, non è una sorpresa e lo sapevano tutti. Solo gli “smemorati del loft” di Veltroni evidentemente lo avevano dimenticato.

 

L’ex pm ha sempre dichiarato di essere certo dell’entrata di una maxi tangente in via delle Botteghe Oscure: come mai, da moralista quale si autoproclama, ha poi accettato di essere candidato di quel partito e, per giunta, in un collegio senatoriale sicuro quale quello del Mugello?

«Non c’è dubbio è un uomo che ha tante informazioni. Io non faccio il pm né lo storico e quindi non indago né in senso giudiziario, né in senso storiografico. Mi limito a constatare che più Di Pietro spara e più Di Pietro ottiene: qualcosa vorrà dire. Quanto al giudizio storico tra Pci e finanziamenti, prima di arrivare al terzo capitolo (quello dei finanziamenti illegali “italiani”) ce ne sono altri due: il finanziamento dall’Unione Sovietica che procedeva a gonfie vele proprio negli anni in cui Berlinguer lanciava la questione morale, e il capitolo delle cooperative rosse che non mi pare che siano esattamente opere pie».

 

 

Lei è uno dei sostenitori della tesi in base alla quale è giunta l’ora di chiedere scusa a Bettino Craxi. Rosa Russo Jervolino le ha subito risposto “io non devo chiedere scusa a nessuno”…

«Quella del sindaco di Napoli è una risposta politicamente deludente. Qui il tema è chiaro: il centrosinistra deve ripensare a quindici anni di giustizialismo nel corso dei quali hanno creduto di usare questo strumento solo nei confronti degli avversari politici e ora si ritorce contro loro stessi. Ma c’è un altro punto».

 

Quale?

«Il centrosinistra dovrebbe ripensare a quindici anni di scatenata occupazione del potere soprattutto a livello locale, anni nei quali è sparita la politica e sono rimasti solo gli assessorati: quando è così, da lì a tangentopoli il passo è breve».

 

Capezzone, posso chiederle un giudizio umano più che politico sulla vicenda di Ottaviano Del Turco il quale – è bene ricordarlo – una volta inquisito è stato definito “ex socialista” dal Pd, dimenticando il suo ruolo di punta proprio di quel partito…

«Se potessero lo cancellerebbero dalle fotografie».

 

Quindi siamo in presenza ancora della vecchia mentalità vetero-comunista di altri tempi

«Questo non vale solo per lui, vale per chiunque: se si è “amici o amici degli amici” scattano le difese d’ufficio. Se invece non si è di appartenenza ex Botteghe Oscure quelle difese non scattano».


realizzata per GiustiziaGiusta.info

 

 

 

 

  


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permalink | inviato da Perry il 19/12/2008 alle 11:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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