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di Gianluca Perricone
La trave di Di Pietro
post pubblicato in Diario, il 5 aprile 2012


 

Non riesco francamente a capire tutti coloro che ieri, dopo l’intervento di Antonio Di Pietro in fase di dichiarazione di voto sul dl semplificazioni, hanno gridato allo scandalo o si sono dichiarati turbati per le parole pronunciate dall’ex pm.
Secondo il padre-padrone dell’IdV le persone che si suicidano di fronte al peso della crisi economica sono sulla coscienza di Mario Monti e dell’Esecutivo che lui presiede. Un governo che viene definito «ladro» e «latitante» e paragonato al chirurgo «che esce dalla sala operatoria e dice ai familiari: operazione perfettamente riuscita, il paziente è morto».
Bene, e dove sarebbe lo scandalo? E’ noto che Di Pietro è oramai ossessionato dal timore (reale) di assistere alla definitiva scomparsa del movimento politico da lui fondato e si lascia andare periodicamente a deliranti affermazioni pur di raccattare qualche consenso. Spesso poi dimostra tutte le difficoltà a porre qualche limite alle sue ‘sparate’ che, per questo motivo, talvolta gli si ritorcono pure contro: come è accaduto l’altro giorno, quando ha dimenticato i 32 (dicasi 32) suicidi “giudiziari” registrati tra il ’92 e il ’94 ai tempi di Mani Pulite: «un numero spaventoso e fuori media, ma che riguardò, soprattutto, una serie di «politici ladri» che in parte non risultavano neppure indagati». (copyright by Filippo Facci).
Lui è fatto così. Dice di battersi contro il rimborso elettorale ai partiti, ma ne usufruisce anch’egli ben guardandosene dal restituire anche un euro; e lo fa rammentando l’esito del referendum dell’aprile 1993 che aboliva il finanziamento pubblico. Certo, qualche anno prima (novembre ’87) c’era stato anche il referendum che ha abrogato le norme limitative della responsabilità civile dei giudici, ma quello, al nostro, non è mai piaciuto e quindi non ne parla: dimenticato, buttato ‘democraticamente’ alle ortiche. Chiamare realmente un giudice a rispondere per l’errore commesso equivale, nella folcloristica interpretazione del leader dell’IdV, «all’ennesimo delitto, una vendetta ed un ammonimento contro i giudici».
Ma a Di Pietro – è noto anche questo – aggrada di più guardare la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel proprio.
 
Twitter @perriconeg

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Lasciate Di Pietro libero di esprimersi
post pubblicato in Diario, il 4 ottobre 2010


Eppure ritengo che la cosa sia piuttosto semplice: basterebbe lasciare Antonio Di Pietro libero di dire ciò che vuole, libero di dare del “pregiudicato illusionista” a chiunque, libero di accusare ogni soggetto che gli aggradi di essere uno “stupratore della democrazia”.

Lasciatelo libero di sparare a zero, per piacere. Altrimenti alle prossime elezioni il centrosinistra rischia davvero di vincere le elezioni! E, soprattutto, si smetta di auspicarsi che il Pd prenda le distanze da “Noi dell’Italia dei Valori”: si rischierebbe di annoverare negli annali della politica un Bersani vincitore di competizione elettorale!

L’altro giorno su un quotidiano si leggeva testualmente: «Poi, alle 17.14, nell’emiciclo della Camera, si alza dallo scranno un invasato che, leg­gendo dei fogli spiegazzati e incespicando nelle parole, sbavando (più o meno meta­foricamente), strabuzzando gli occhi e gesticolando come fosse all’osteria, sputa insulti e contumelie che blandamen­te il presidente Fini finge di stigmatizzare, lasciandolo co­munque blaterare». Ecco, appunto, lasciamolo blaterare perché tra i limiti della democrazia c’è anche questo: chiunque può dire la sua, anche chi (ecco perché la libertà - o abuso - di parola si trasforma in un ‘limite’) si dimentica di collegare la lingua al cervello prima di esprimersi. Questo mancato collegamento va tutto a beneficio degli avversari politici. E allora, ci si faccia il piacere, si lasci libero quest’uomo di esprimersi: sprezzando alla grande il senso del ridicolo, crede di essere il super-guardiano della legalità (alla faccia di Granata e di Briguglio). Mezza ne pensa e quattromila ne spara (ma, appunto, senza scervellarsi a considerarne senso e conseguenze).

Non stigmatizziamo più le aggressioni verbali delle quali l’ex pm è un maestro: anzi esaltiamone i contenuti. E ancora -  mi raccomando - che nessuno lo quereli perché lui può sempre ricorrere all’immunità parlamentare: lo ha già fatto per sé, ma perde il controllo della ragione se allo stesso privilegio ricorrono altri suoi colleghi.

Infine, sempre per piacere, smettiamola di considerare Antonio Di Pietro come l’ispiratore degli esaltati che hanno dato vita ai recenti atti di violenza: teppisti ed eversori sì, ma mica proprio bietoloni.


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Di Pietro e le verità bugiarde
post pubblicato in Diario, il 7 giugno 2010


Antonio Di Pietro è straordinario. Sia detto senza ironia e nel senso più letterale del termine: fuori dal comune. Negli anni è riuscito, infatti, a fabbricare e a far accettare alla maggior parte degli organi di informazione due realtà, governate da regole assolutamente in antitesi tra di loro. Una si applica all’universo mondo; l’altra a Tonino e ai suoi (pochi) amici.
Ieri il leader della sedicente Italia dei valori ne ha fornito l’ennesimo esempio. Attaccato dal Corriere della Sera che, con qualche anno di ritardo, gli chiedeva conto di alcune delle innumerevoli ombre che caratterizzano il suo multiforme percorso, l’ex magistrato più famoso d’Italia ha preso carta e penna e si è esibito in uno dei suoi pezzi forti: la risposta perentoria-omissiva. Una lunga spataffiata piena di mezze verità. Qualche esempio a caso.
«Non sono affatto stato convocato dai magistrati di Firenze con “tanto di apposito decreto di notifica”», scrive il Tonino nazionale. Sembra una smentita senza possibilità di replica, in realtà è un trucco verbale. La traduzione è: «Sono stato convocato, ma NON con apposito decreto». Peccato che Di Pietro, il giorno che era stato interrogato in merito ai suoi rapporti con la «cricca», avesse sbandierato ai quattro venti tutt’altra versione: «Mi sono presentato spontaneamente, sono un testimone d’accusa». Notare che questa figura nel processo italiano non esiste, l’ex pm l’ha presa pari pari dai telefilm americani ma, salvo pochissime eccezioni, la stampa di cui tanto si lagna gliel’aveva data per buona. Oggi, nel suo modo contorto, ammette che era una bufala.
«Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo», proclama il Grande Moralizzatore, specificando di aver concluso l’università nei quattro anni previsti. Già, ma l’anomalia era un’altra: aver sostenuto in appena 32 mesi ben 22 esami, tra i quali diritto privato, diritto pubblico, diritto amministrativo. Un’impresa al limite dell’umano, chiedere per conferma a qualsivoglia studente di Giurisprudenza.
«Le accuse circa i miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia». Certo, gli ex colleghi sono stati benevoli con Di Pietro. Ma ciò non toglie che quei favori dai suoi inquisiti (soldi a tranche di 100 milioni, pied à terre a disposizione, incarichi e consulenze per parenti e amici e via elencando) non sono affatto «presunti». Ci sono stati, sono agli atti: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», è scritto nella sentenza.
E qui siamo al cuore del problema. Delle sentenze Di Pietro (così come il suo aedo Travaglio, che anche ieri sul Fatto quotidiano si è lanciato in una incespicante difesa dell’eroe) prende quel che gli fa comodo. Se, come in questo caso, dà ragione a lui, allora va bene il risultato finale: sono stato assolto, inutile andare a vedere i dettagli. Se invece l’assoluzione di altri non gli garba, allora eccolo spaccare il capello in quattro, scavare nei dispositivi alla ricerca della parolina accusatoria. O dare del corruttore a persone in realtà mai condannate per corruzione.
È il sistema Di Pietro: giustizia sommaria per gli avversari, ipergarantismo per se stesso. Ha fatto la tricoteuse ai piedi della ghigliottina mentre i giornali facevano sfilare chiunque fosse venuto a contatto con la «cricca». Quando è toccato a lui, interrogato a Firenze, ha fatto il furbo. Ma quando la lista Anemone gli è entrata, è il caso di dirlo, in casa, con gli appartamenti di Propaganda Fide assegnati al suo braccio destro Silvana Mura e al giornale del suo partito, allora Tonino-Robespierre è esploso. E si è rifugiato nella sua seconda vita.
«Se l’informazione dei quotidiani nazionali è di così bassa lega allora non vale la pena pagare un solo cent né per stamparli né per comprarli», ha tuonato l’uomo che va in piazza per difendere l’informazione libera. «Querelo!», ha strillato il recordman delle querele ai giornali che per protestare contro la querela a un giornale (ma l’aveva fatta Berlusconi a Repubblica...) ha fatto processare l’Italia al Parlamento europeo.

«Se la notizia è falsa e ad essa si dedicano pagine, approfondimenti e commenti, la responsabilità va ricondotta sia a chi dirige questi giornali sia a chi dirige i direttori dei giornali», ha scritto il paladino della libertà di stampa di cui sopra. Ma chi lo dice che la notizia è falsa? Perché se l’architetto Zampolini parla di casa Scajola è un evangelista, mentre se parla di casa Mura è un volgare mentitore? E perché i quotidiani che fino a ieri Tonino definiva «minacciati dalla legge bavaglio» dovrebbero tacere proprio quell’informazione e non altre?
Ma il capolavoro dipietresco deve ancora arrivare. Gustatelo in tutte le sue doppiopesistiche sfumature: «È in malafede chi accomuna la mia situazione, di pura diffamazione, a quella di persone le cui accuse devono sì essere provate in un tribunale, ma sono largamente documentate da intercettazioni e testimonianze incrociate». Intercettazioni come quella degli «incriccati» Fusi e Bartolomei che tirano in ballo l’ex ministro Di Pietro. Testimonianze come quella di Zampolini che parla delle case Anemone per l’Idv. Ma dimenticavamo: qui siamo nell’altra realtà, quella dove il sospetto non è l’anticamera della verità, quella dove i giornali devono mettersi il bavaglio da soli. La realtà che vale solo per Tonino e C.

Massimo De Manzoni – Il Giornale, 7 giugno 2010

 

 


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Stavolta sono dalla parte di Di Pietro
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2010


Stavolta mi schiero dalla parte di Antonio Di Pietro. Potrà stupire, ma è così.

Perché lui, il leader dell’Italia dei Valori, a pensarci bene, di certo non poteva sapere che, in quell’agosto del 2002 - a  Zlatni Piasazi, vicino a Varna sul Mar Nero, Bulgaria - era seduto allo stesso tavolo, nella saletta vip del Grand Hotel Intercontinental, con Ilia Pavlov, discusso finanziere che verrà poi accoppato con un colpo al cuore esploso da un cecchino. Nel 1998, in un dossier riservato dell’ambasciata americana a Sofia, si parlava apertamente «di sospetti di riciclaggio, furti e omicidi commessi nell'ambito di società riconducibili a Pavlov». Ma Di Pietro che poteva saperne?

Come si apprende dalla stampa, intorno a quel tavolo, l’ex magistrato non era solo insieme a Pavlov: c’era anche Ahmed Dogan, «leader del Movimento per i diritti e le libertà (Dps), il partito che rappresenta i turchi in Bulgaria e che vanta un personale passato da estremista. Nel 1986 è stato infatti arrestato perché considerato responsabile di parecchi attentati, tra cui il più grave è quello del 9 Marzo del 1985, alla stazione di Bunovo, non lontano da Sofia, in cui morirono sette persone, tra cui due bambini. Dogan rimane in carcere solo sei mesi e due settimane, nonostante una condanna a dieci anni, perché nel 1989, con la caduta del comunismo in Bulgaria, gli concedono l’amnistia. Appena uscito di galera si reinventa la vita come fondatore del Dps e, infischiandosene delle regole del gioco, va a caccia di voti con eccessiva disinvoltura. Così eccessiva quella sua disinvoltura che la Corte Costituzionale bulgara annulla, per evidenti brogli, migliaia di voti all’estero raccolti in Turchia nelle roccheforti di Dogan». Fin qui quel che abbiamo letto la scorsa settimana; ma la domanda resta la medesima: Di Pietro che poteva saperne? Dal trattore a Pavlov e Dogan, il salto sarebbe davvero esagerato!
Poi si viene anche a conoscenza che seduto a quel tavolo c’era anche Ivan Slavkov, assistente di Dogan, che successivamente verrà arrestato per sfruttamento della prostituzione, riciclaggio e traffico di droga. E ci volete convincere che il Tonino nazionale non poteva non sapere? No, siamo convinti che lui, di fronte ad una tavola imbandita, non sappia resistere: anche a costo di pasteggiare insieme al peggiore dei delinquenti.

Intorno a quel tavolo è seduta anche Tania Tzevatanova Zhelyazkova la quale, per sua stessa ammissione, è stata la persona che ha presentato Pavlov a Di Pietro mentre “noi dell’Italia dei Valori” era in vacanza sul Mar Nero.

E che nessuno provi a convincerci che Tonino (così lo chiamano gli amici più intimi) sia stato consapevole di pasteggiare intorno allo stesso tavolo con Bruno Contrada (per il Di Pietro dovrebbe essere un onore) e con un uomo targato “Kroll Secret Service”: e che ne poteva sapere, a quell’epoca, il leader dell’IdV dei risvolti di quel momento di bisboccia?

Infine, la smettano Belpietro, Nuzzi ed il quotidiano Libero, di pubblicare le foto del Tonino di cui sopra ritratto insieme ad un presunto boss (Vincenzo Rispoli) e ad un altro personaggio (Alfonso Murano) che, nel 2006, è stato per giunta ammazzato per un regolamento di conti: come poteva, il Di Pietro, conoscere l’identità dei compartecipi? Vogliamo, per piacere, concedere il beneficio del “poter non sapere”? O, almeno, vogliamo avere pazienza ed attendere il “sommo giudizio” di Marco Travaglio su queste frequentazioni?


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Il declino dell’«equivoco Di Pietro»
post pubblicato in Diario, il 11 febbraio 2010


L’equivoco-Di Pietro sta dando la sensazione di essere giunto al suo inevitabile declino.

Riepiloghiamo utilizzando quanto scritto dal blog del Tonino Nazionale in data cinque gennaio scorso quando veniva riportata l’intervista rilasciata dal padre-padrone dell’Idv al Fatto Quotidiano. Tra l’altro il leader dell’IdV dichiarava: «In Campania abbiamo detto: diteci chi votare e noi lo votiamo. Basta che non si tolga Bassolino per mettere De Luca. Perché se non è zuppa è pan bagnato: pure lui è inquisito».

Bene. Rimaniamo sullo spazio Internet dell’ex pm e troviamo che in data primo febbraio 2010 viene riportato il testo di un’intervista rilasciata dallo stesso a Repubblica. Ne riportiamo alcune perle di saggezza: «Ma mica De Luca se l'è comprato, il Pd? Mica ce lo ha detto il Padreterno che deve essere lui? Non è assolutamente il nome adatto per dare alla Campania la svolta che merita. Non vedo perché impiccarsi al ricatto, alla forzatura di uno solo. L'accordo con il Pd resta ed è forte in tutte le altre undici regioni…C'è un equivoco. Non c'è un veto dell'Idv. C'è un nome che il Pd propone e sui cui praticamente il resto della coalizione non è d'accordo….Ma io voglio uscire dalla logica della lotta tra cacicchi o tra sultani. Non mi interessa. Allora, se la suonano e se la cantano tra loro? Noi diciamo che la candidatura di De Luca non unisce, ma divide. Di più. Osservo che è lui come candidato ad essere solo, non il centrosinistra ad essere spaccato. E vogliamo veramente regalare la Campania al centrodestra, al Cosentino?...Suggerirei all'imputato De Luca di impiegare il suo tempo a difendersi nei processi. Ne avrà di cose da ricostruire e da dire…Politicamente, non possiamo mettere la stessa faccia che governa da anni e anni il suo pezzo di territorio e spacciarla per il nuovo. La sua politica non rappresenta la discontinuità. Noi dell'Idv non siamo per la politica del meno peggio, della rassegnazione».

Come è finita la vicenda-De Luca, qualche giorno dopo queste dichiarazioni, è noto ai più: Di Pietro e compagnia appoggeranno la candidatura del sindaco di Salerno alla presidenza della Regione Campania. Il che vuol dire che Antonio Di Pietro, facendo retromarcia anche su uno dei principi fondamentali alla base del suo movimento (la non candidatura degli inquisiti) è oramai alla frutta. Lo è soprattutto perché ha, con i fatti, dovuto ammettere quello che altri (giuridicamente più “civili”) hanno sempre sostenuto: un inquisito, uno che è sotto processo, non può essere considerato un colpevole “a prescindere”. Altro che “mai indagati nelle liste elettorali”…
L’ex pm di Mani Pulite ci ha fatto sapere che “urlare in piazza non basta più” e che è finito il tempo della “sterile protesta”: in altre parole è finito il tempo della sua Italia dei Valori che, con l’urlo e la sterile protesta, ha sbarcato il lunario per tutti questi anni.


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La strana sfortuna di Di Pietro: incontra sempre gente nei guai
post pubblicato in Diario, il 8 febbraio 2010


A questo punto i casi sono due: o è lui che porta iella a chi lo incrocia, o è lui che è iellato nelle frequentazioni. Tutte le volte gli capita la stessa cosa. Incontra qualcuno, lo prende con sé, magari ci va a cena e lo fotografano, e poi quello che fa? Finisce indagato, magari arrestato. E così se si applica il metodo dipietresco del «non poteva non sapere», finisce che l’ex inquisitore diventa vittima del suo stesso argomento, costretto a svicolare dalle domande che da ex pm rivolgerebbe implacabilmente a sé medesimo.

L’incidente capita spesso, anche se a volte è pure capitato che fosse lui stesso a indagare sugli ex amici, molti di quelli di Mani pulite per esempio, da Gorrini a Rea a D’Adamo a Pillitteri, compagni di serate dell’ex pm Di Pietro, poi tutti indagati dall’ex pm. Qualcuno potrebbe addirittura sostenere che in quei casi la frequentazione sia stata un pretesto per ottenere informazioni poi utili all’accusa. Capitò anche, a Di Pietro, di difendere un vecchio amico d’infanzia, Pasqualino Cianci, e di passare subito dopo tra gli accusatori dell’amico (guadagnandosi per questo una sospensione dall’Ordine degli avvocati). Ma la iella c’è, non può che esserci se ti invitano ad una cena con un parterre non solo di incensurati, ma di colonnelli e generali dei carabinieri, e che tra questi ci sia un vicequestore che, guarda la iella, solo nove giorni dopo viene arrestato con un’accusa devastante: aver favorito le stragi di mafia. Dategli un ferro di cavallo o un corno anti-malocchio, perché quella volta con Bruno Contrada c’era anche il carabiniere zelante che ha fotografato tutto, così che - se sei veramente sfortunato - può anche capitarti che qualcuno le tiri fuori, quelle foto, magari dopo 17 anni.

Lasciate perdere che Contrada fosse già sospeso dal Sisde, prima di quella cena, e che difficilmente ad un tavolo di alti ufficiali e agenti segreti quella notizia sarebbe sfuggita, qui il punto riguarda la malasorte. La sua, o quella di chi lo incontra. Perché non è successo solo una volta, ma diverse altre. Aveva un braccio destro che si chiamava Mauro Mautone, al ministero delle Infrastrutture, uno che aveva la pazienza di andare sempre appresso a lui (lo disse lui stesso davanti al popolo di Montenero di Bisaccia), ma che ad un certo punto, per la famosa iella, finisce nei guai. Era anche amico del figlio di Tonino (forse la iella si eredita?), quando Mautone faceva il provveditore alle Opere pubbliche del Molise e della Campania, e riceveva spesso telefonate da Di Pietro jr che segnalava e raccomandava. In base alla legge di Tonino-Murphy, avendo avuto rapporti con Di Pietro, gli succede qualcosa.

Il primo a saperlo, non si sa come - del resto siamo nel campo dell’occultismo - è lo stesso Di Pietro, ma poi la notizia diventa ufficiale: Mautone viene indagato dalla procura di Napoli, che ipotizza un «sistema di potere» con possibili «infiltrazioni della criminalità organizzata nei rilevanti e onerosi lavori pubblici». Di Pietro, anche quella volta, è costretto a spiegare che non sapeva, ma il metodo del «non poteva non sapere» (chi fosse Mautone, da lui trasferito nel proprio ministero) gli si ritorce contro, e ne nasce un caso che fa parecchio male all’immagine del partito.

Gli è ri-successo ancora, perché in base alla nota legge, la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Nel 2008 una società televisiva, Sei Milano, offre un contributo di 50mila euro all’Idv di Tonino. Un caso curioso, perché dal 2002 Sei Milano non esiste più. Generosità postuma? Semplicemente un’elargizione (perfettamente regolare) del proprietario della tv, Raimondo Lagostena (titolare del gruppo Odeon), evidentemente amico e supporter di Di Pietro, che infatti scelse le reti Odeon per pubblicizzare il partito. E che succede anche stavolta? Il solito: Lagostena è stato accusato di presunte false fatturazioni e fondi neri sulla cessione di spazi tv, ed adesso si trova in carcere. La sfortuna ha colpito ancora, senza che Tonino c’entrasse qualcosa. La iella lo perseguita, facendogli conoscere persone che di lì a poco vengono inquisite o peggio. Dev’essersene accorto anche lui, perché è corso ai ripari e ha cambiato metodo. Ora gli inquisiti (vedi De Luca in Campania) li sceglie in anticipo lui.

Paolo Bracalini – Il Giornale, 8 febbraio 2010

 

 


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Lo smemorato di Montenero
post pubblicato in Diario, il 15 ottobre 2009


E’ facile: dal titolo originale basta sostituire “Collegno” con “Montenero di Bisaccia” ed ecco spiegato il titolo di questo contributo.

Manco a dirlo, lo smemorato è proprio lui: l’onorevole Antonio Di Pietro che, prima, ad Annozero, sostiene categoricamente di non avere mai incontrato Vito Ciancimino; poi – incalzato dai fatti da qualcuno evidenziati e, soprattutto, da un interrogatorio che l’ex pm fece personalmente all’ex sindaco palermitano nel ’93 - ci ripensa, rammenta e dichiara alla Stampa: «Non ricordo assolutamente la circostanza, ma può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont». Misteri buffi, anche perché “Noi dell’Italia dei Valori”, quando era un togato, urlava e tuonava contro quegli imputati che osavano rispondergli “non ricordo” (cosa che del resto può accadere dopo più di 15 anni dallo svolgersi dei fatti). Però è comunque strano che una mente (ed un archivio) come quella dipietresca non riscontri traccia di quell’interrogatorio pur assai importante.

E’ lecito chiedersi se non abbia colto nel segno Gian Marco Chiocci del Giornale quando scrive che, nell’anno in cui interrogò Ciancimino, «lo stesso Di Pietro personalmente interrogò l’ingegnere Romano Tronci, amministratore dell’impresa De Bartolomeis, considerata “organica” al Pci-Pds. E in questa veste cooptata nel giro degli appalti da Vito Ciancimino che non voleva preclusioni politiche (al pari di Provenzano, al contrario di Riina) nei vari business gestiti da Cosa nostra». Questa coincidenza potrebbe giustificare i “vuoti di memoria” del leader dell’IdV? Chi può dirlo…

Ancora Di Pietro, nel corso della trasmissione santoriana, ci racconta di essere stato nel mirino della mafia insieme al giudice Borsellino: «a me mi hanno avvertito in tempo, a Borsellino non lo hanno avvertito in tempo oppure essendo stato avvertito in tempo, non sono andati a vedere cosa c'era sotto la casa della madre". Secondo il Secolo XIX, invece, Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: contro Di Pietro a Milano, contro di lui a Palermo. La conclusione della storia riportata dal quotidiano genovese è però diversa rispetto a quella ascoltata a casa-Santoro. Secondo il Secolo, Di Pietro prese borse e borsoni e se ne scappò a gambe levate in direzione America Latina; Borsellino invece scelse di rimanere “in frontiera” e, purtroppo, la scelta gli costò assai caro.

Dimenticavo. Proprio l’altro ieri l’onorevole rende nota (tramite agenzia Ansa) un’altra versione. Testualmente: «E' vero che mi venne dato un passaporto di copertura e che venni mandato all'estero, ma nell'agosto 1992, dopo la morte di Paolo Borsellino». Chi ci capisce è bravo.


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Pagliacciate
post pubblicato in Diario, il 6 ottobre 2009


I bambini, che meraviglia: sono se stessi, si “scoprono” con i loro comportamenti e lo fanno senza malizia. E quando giunge il Carnevale cercano di indirizzare i genitori verso l’acquisto della maschera che più piace loro, che meglio li rappresenta, nella quale meglio si sentono a loro agio.

Allora, in quel periodo, ecco incontrare dolci imitazioni di novelli Zorro, di Batman e Uomo Ragno alla ricerca di imprese al limite dell’umano, di Cenerentole e Biancaneve(i) che vogliono continuare a modo loro a vivere delle splendide favole.

Il problema – e ritorno con i piedi in terra - è che siamo in ottobre, il Carnevale è lontano e i bambini hanno qualcosa di più serio a cui pensare: le prime settimane di scuola (mi raccomando, senza “q”), di palestra, di piscina e chi più ne ha, più ne metta.

Invece, uno che più bambino non è, ha pensato bene (?) di mascherarsi (nonostante il periodo carnascialesco sia, ancora, piuttosto lontano) e farsi vedere in una piazza centrale di Roma con coppola in testa e sigaro pendente all’angolo della bocca: insomma credeva di essersi mascherato da mafioso.

Certo, se il soggetto di cui sopra fosse davvero un bambino ci sarebbe da preoccuparsi proprio perché, a proposito di imitazioni, il mascheramento del pargolo ben poco di positivo lascia sperare per il suo futuro. Il teatrante al quale ci riferisce in questa sede, invece, nelle vesti di mafioso è perfetto: non penalmente parlando (ce ne guardiamo bene), ma il suo atteggiamento mimico, assai “consono al soggetto” come direbbero gli esperti. A Carnevale basta poco: un copricapo ed un sigaro trasformano un individuo ridanciano in un delinquente. Però siamo in ottobre e allora delle due una: o qualsiasi vestiario è bene indossato dal soggetto al quale ci stiamo riferendo (ci si trova, insomma, a suo agio), o dipende dalla dimestichezza nell’attività relativa (ma questa ipotesi non la prendiamo neppure in considerazione). Anzi, c’è anche una terza ipotesi: al tipo piace particolarmente “pazziare” ed ogni tanto si lascia andare a qualche pagliacciata: una più o una meno, in fin dei conti e soprattutto nella fattispecie, non fa la differenza.

Viceversa, quando il varietà si porta dentro e contro le Istituzioni, il discorso diventa più serio perché Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, organi istituzionali (primo fra tutti la Corte Costituzionale) e, soprattutto, il Parlamento eletto dal popolo, in una democrazia sono intoccabili e meritano rispetto: di chicchessia, figurarsi da parte del primo furbacchione che càpita.
Però, a pensarci bene, anche la mafia e la criminalità organizzata non hanno alcun riguardo per le Istituzioni.


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Caro Di Pietro, la dittatura è stata un’altra cosa
post pubblicato in Diario, il 21 settembre 2009


Giacomo Matteotti non fece una bella fine, né ebbero la possibilità di gioire Rosselli o Godetti. E Gramsci fu rinchiuso in carcere, mica in una masseria a Montenero di Bisaccia o in un appartamento al centro di Milano o di Bergamo. L’opposizione non parlava (per salvare la pelle) e quando lo faceva…beh, lasciamo perdere: altro che AnnoZero!

E’ vero: lui ha la propria residenza romana a due passi da Palazzo Venezia, ma almeno per adesso non ha ancora neppure pensato di affacciarsi per un discorso dallo storico balcone. Invece l’ex pm Antonio Di Pietro ancora parla e paragona l’attuale premier (Silvio Berlusconi, per i più distratti e chi per non lo ha votato alle ultime, democratiche elezioni) al peggio del peggio: Saddam Hussein, Hitler, Ceausescu e, appunto, Mussolini. Per dirla con una parola: un dittatore, e nulla più.

Per deduzione apparentemente logica ci si potrebbe persuadere che il Cavaliere costituisca l’esempio lampante di “dittatore scimunito”, capace di gestire l’informazione nazionale lasciandola però in mano a chi di certo non lo apprezza: ci risultano, solo per citare (per l’ennesima volta) qualche esempio, che non siano di proprietà berlusconiana il Corriere della Sera (e relative testate locali collegate), il gruppo L’Espresso-Repubblica (e relative testate locali collegate che non sono poche e di minore importanza), oltre a Messaggero (e Mattino), l’Unità, Libero (altrimenti la famiglia Angelucci s’incazza), la Rai (checché se ne dica, Rai Tre docet), La7 oltre a tante altre testate delle quali, in questo momento, riteniamo ometterne la citazione per non prolungare oltremisura l’elenco.

Eppure Di Pietro e i suoi adepti appaiono in tv quasi con la stessa frequenza che caratterizzava, in altre tempi, le gemelle Kessler: che anomalo questo “Mussolini”, quanto meno perché le gemelle tedesche erano più presentabili, sotto tutti i punti di vista…

E allora delle due una: o il Di Pietro è consapevole di parlare a sproposito pur di raccattare qualche consenso, o non è davvero a conoscenza (da qui il termine “ignorante”, colui che ignora) di cosa veramente accadde ai tempi del fascismo (ma anche a quelli di Saddam, Hitler, Ceausescu, ecc.) in tema di libertà di stampa e di espressione. Qualora poi lo dovesse scoprire, magari tramite la lettura di qualche libro di storia, renda edotti dei reali avvenimenti anche i vari De Benedetti, Mauro, Travaglio: altrimenti qualcuno, soprattutto tra le generazioni più giovani, potrebbe fraintendere che quelle dittature sapevano convivere con la stampa che poteva, a sua volta, tranquillamente criticarle. 


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In attesa
post pubblicato in Diario, il 7 settembre 2009


Secondo me li querela tutti: l’agenzia di stampa Radiocor che ha lanciato la notizia in primo luogo, tutte le (poche) testate giornalistiche che hanno ripreso quella notizia in secondo.

Perché Antonio Di Pietro su queste cose non transige ed ha pure la querela facile. D’altronde, pensandoci bene, è anche giusto che sia così perché lui (il Di Pietro) è (anzi, deve essere) al di sopra di ogni sospetto, altrimenti che razza di moralizzatore sarebbe?

Ve lo ricordate il riconvertito decreto legge 185 per la rivalutazione degli immobili? Lui (il Di Pietro di cui sopra) e il suo partito votarono contro l’approvazione dello stesso definendo quel testo un “favore a corruttori ed evasori fiscali”, “una norma che è scempio delle nostre città, una truffa mediatica”; anzi, di più: “il premier si è fatto una legge ad personam per mettere lo sprint ai suoi immobili” tuonarono ai quattro venti. Insomma, erano presenti tutti gli elementi per permettere all’ex pm di coinvolgere sulla questione addirittura il Presidente Napolitano da lui invitato a rispedire la legge laddove era venuta, cioè alle Camere.

E che si viene a scoprire l’altro giorno? Che la società immobiliare An.To.Cri si è avvalsa proprio di quella normativa per rivalutare un fabbricato (e relativo terreno) di sua proprietà. Nel bilancio della società, infatti, si legge tra l’altro: «Le immobilizzazioni immateriali sono state iscritte al costo di acquisto rivalutate in sede di bilancio ai sensi del dl 185 convertito dalla legge 2/2009 recentemente modificata dal Dlg del 10 febbraio 2009». La rivalutazione in questione, dell’82 per cento, tolti 12.700 euro di imposta sostitutiva, dovrebbe aver reso 87.300 euro. Dimenticavamo: per chi non lo sapesse ancora, la An.To.Cri è di proprietà proprio di Antonio Di Pietro.

Per quanto mi riguarda ritengo che questa notizia faccia parte di quella serie di notizie-bufala delle quali oramai una certa stampa si nutre; notizie utili soltanto ad infangare l’immagine delle persone perbene. E per questo sono in attesa delle querele di rito da parte dell’onorevole Di Pietro della cui coerenza (a differenza di altri) non ho mai dubitato.

Do il via alla spasmodica attesa…


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