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di Gianluca Perricone
Privilegi inviolabili
post pubblicato in Diario, il 9 ottobre 2009


L’altro giorno il presidente dell’Anm, Luca Palamara, intervistato dalla Stampa, ha aperto uno spiraglio di disponibilità da parte della categoria da lui rappresentata per affrontare il discorso relativo alla riforma del sistema giudiziario. Abbiamo appreso dalla viva voce del presidente che i magistrati vogliono la riforma e non ne hanno paura, auspicano tempi più rapidi per i processi, chiedono la depenalizzazione dei reati minori e una riforma delle prescrizioni, auspicano l’informatizzazione del processo e una riforma delle notifiche.

Fin qui tutto bene perché è necessario – sono in molti a sostenerlo – che una eventuale riforma debba necessariamente coinvolgere tutte le parti in causa: i magistrati costituiscono una parte assai importante. E il fatto che Palamara faccia sapere che la categoria che lui rappresenta vuole la riforma, costituisce un buon punto di partenza.

Ma c’è un però, anzi due.
Il primo. Il presidente Palamara ammette che anche tra i magistrati ci sono gli “imbucati”, «come in tutte le categorie. Ma non dobbiamo fare di tutta l'erba un fascio» ha tenuto a precisare. E’ vero, ma il problema è che le sanzioni applicate, nel caso dei togati, sono irrisorie se non ridicole. E non ci riferiamo soltanto agli “imbucati” ma anche a tutti quei casi nei quali la disciplinare del Csm ha sanzionato propri appartenenti con un “buffetto” nonostante la gravità del fatto commesso. Ecco, il dottor Palamara non fa alcun riferimento a questo aspetto e la cosa non lascia ben sperare. Per dirla con Stefano Zurlo, ci vuole severità: «le mele marce non sono poi molte, ma cascano le braccia a vedere che quei giudici sfaticati o furbi o poco limpidi, sempre gli stessi, vengono giudicati una prima volta. E poi una seconda e una terza e se la cavano sempre con una condannina piccola piccola che lascia tutto come prima»: sulla questione l’Anm dovrebbe (il condizionale, in simili casi, è più che d’obbligo) prendere una posizione chiara in nome della trasparenza dell’attività dei propri iscritti.

Il secondo. Nel corso dell’intervista, Palamara dichiara testualmente: «Il problema è che poi, dietro lo schermo delle riforme, si pongono altri problemi come il Csm e la separazione delle carriere». E qui non ci siamo proprio perché, anche a nostro giudizio, la riforma del Csm e la separazione delle carriere costituiscono due elementi ineludibili per una riforma (vera) del sistema giudiziario nostrano. Far finta di nulla o, peggio, voler evitare a priori – così come sostiene il presidente dell’Anm - di affrontare le due questioni, alimenta il sospetto che la categoria, in realtà, non voglia riformare alcunché: insomma, i privilegi della casta togata sono e dovranno restare inviolabili!


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permalink | inviato da Perry il 9/10/2009 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
La retorica del gesto estremo
post pubblicato in Diario, il 21 novembre 2008


Bisognerà capire perché alcuni magistrati in Italia siano così prigionieri di questa smania contagiosa del gesto eclatante. E perché i vertici dell'Associazione nazionale magistrati abbiano sfidato il buon senso in misura tanto considerevole da ispirare loro addirittura un appello al relatore speciale per i diritti umani dell’Onu, Leandro Despouy, invocandone la tutela dai «duri attacchi contro la magistratura del premier e di altri esponenti politici». Difficile non cogliere l’effetto di dismisura, di macroscopica sproporzione (e perfino di involontaria ironia, come ha sottolineato Mattia Feltri sulla Stampa prefigurando la bizzarra combinazione di «toghe rosse» e «caschi blu») che promana da questo singolare coinvolgimento delle Nazioni Unite nelle vicende politico-giudiziarie italiane. Più facile avvertire in questo sovrappiù di zelo allarmistico una lancinante nostalgia per un’epoca che si è chiusa, l’ultimo residuo di una guerra tra politica e magistratura che in quindici anni ha avuto una sua fosca grandezza ma che oggi precipita, appunto, nei rituali stanchi della retorica reducistica. La fine della guerra non significa, peraltro, auspicio di soppressione di ogni conflitto, anche salutare, tra politica e magistratura. Proprio in questi giorni le toghe francesi sono impegnate in uno scontro durissimo con il ministro della Giustizia Rachida Dati e 500 magistrati hanno sottoscritto un documento allarmato per la chiusura delle piccole sedi giudiziarie di provincia e per lo spaventoso sovraffollamento delle carceri in Francia. E’ ciò che accade in ogni democrazia pluralistica e policentrica, dove non è scandaloso che su singole questioni si mobilitino forze sociali e culturali, comprese quelle che amministrano la giustizia, avverse alle scelte del governo. Ma sarebbe difficile immaginare i magistrati francesi invocare l’intervento dell’Onu, per la semplice ragione che in Francia, a differenza dell’Italia, non sono stati avvinghiati con tanta intensità, e per oltre un quindicennio, a una rappresentazione collettiva, a un discorso pubblico ossessivo in cui la magistratura ha recitato immancabilmente la parte del contropotere militante nei confronti della politica.
Lo svanire di quel discorso, il volgere al termine di quella rappresentazione che aveva posto la pietra tombale sulla Prima Repubblica, condizionando pesantemente l’intero svolgimento della Seconda, ha lasciato affiorare il disagio dei magistrati protagonisti di ieri per dover ricoprire non più un ruolo di punta bensì ordinario, «normale», sottratto alla luce dell’attenzione politico-mediatica. Una riluttanza a rientrare nei ranghi che ha dettato nel suo gesto estremo un appello sconclusionato alle Nazioni Unite, ma che ispira anche (come in parte si è visto a proposito del rinvio a giudizio per «omicidio volontario» dei responsabili della ThyssenKrupp) una corsa alle scelte giudiziarie che facciano scalpore, suscitino il clamore destinato ad amplificarsi attorno alle sentenze «esemplari» e di forte richiamo emotivo sull’opinione pubblica. Come se fosse impossibile liberarsi da uno schema narrativo che ha tenuto banco per quindici anni, il rimpianto di una gloria passata che oggi si sente ridimensionata, se non addirittura declassata. E che non verrà restituita da nessuna commissione delle Nazioni Unite.

Pierluigi Battista – Corriere della Sera, 21 novembre 2008


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