A servizio della patria (ma senza cittadinanza)
post pubblicato in
Diario, il 27 gennaio 2012
Colpa della burocrazia? Demerito di amministrazioni ancora (nell’era di Internet) incapaci di comunicare tra loro se non tramite scartoffie che spesso il cittadino è/era costretto a recapitare da un ente all’altro come un novello portalettere? Comunque sia, spesso a rimetterci è l’immagine di uno Stato (nel suo complesso inteso) abile spesso a creare situazioni aberranti.
Ne è un esempio quello descritto da Gian Antonio Stella nell’ultimo numero di Sette del Corriere della Sera e nel quale viene raccontata la storia del giovane marocchino Mohamed Jelloul il quale, nel 1994 e a 13 anni d’età, arriva in Italia per raggiungere il papà a sua volta immigrato in Sicilia. Racconta Stella che nel 1998 il ragazzo riceve la “cartolina” per il servizio di leva obbligatorio e l’anno successivo viene chiamato a servire la patria per un anno (appunto fino al 2000). Fin qui tutto bene, se non fosse che a tutt’oggi a Mohamed viene negata la cittadinanza italiana.
Su Sette la paradossale vicenda viene descritta nei particolari, ma le stramberie che ne scaturiscono sono fin troppo evidenti, perché verrebbe da chiedersi come si può chiamare alle armi un ‘non cittadino’. E, soprattutto, quando lo stesso ha dato un anno della propria esistenza ad uno Stato, come è possibile che lo stesso non gli riconosca il diritto-dovere di essere un proprio cittadino e, per di più, già militare quindi suo “servitore”?
E allora mi permetto di riproporre pedissequamente le medesime righe di apertura. Colpa della burocrazia? Demerito di amministrazioni ancora (nell’era di Internet) incapaci di comunicare tra loro se non tramite scartoffie che spesso il cittadino è/era costretto a recapitare da un ente all’altro come un novello portalettere? Comunque sia, spesso a rimetterci è l’immagine di uno Stato (nel suo complesso inteso) abile spesso a creare situazioni aberranti.
Twitter @perriconeg