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di Gianluca Perricone
Leganord.com
post pubblicato in Diario, il 2 maggio 2012


 

Condizioni dell’oggetto in vendita? Tranquilli signori, è nuovo. Talmente nuovo che ha come prezzo base asta 19mila e 500 euro. A pensarci bene non è molto (ma neppure pochissimo, soprattutto in tempi di crisi) e alle 23:01 del prossimo quattro maggio verrà dichiarato lo stop alle offerte che, per la verità, non sono poi così tante: ad oggi quel ‘contatore’ raffigura inesorabilmente il numero 0! Si, avete capito, nessuno si è fatto avanti per accaparrarsi il dominio Leganord.com in vendita su eBay.
Certo, con l’aria che tira per i residenti di via Bellerio, acquistare un simile dominio sarebbe da masochisti; ma almeno il Trota – o, se la vogliamo dire grossa, qualche amico di Bobo Maroni - potrebbe pure farci un pensierino: soprattutto perché, è vero che costa parecchio, ma l’oggetto è nuovo (ci riferiamo al dominio, non al partito…).
Il ritiro, rigorosamente gratuito come tiene a precisare l’offerente, deve avvenire in zona: l’oggetto si trova “in Orta S. Giulio, Italia” nella piemontese provincia di Novara ed il cui sindaco, solo per onor di cronaca, è un pensionato eletto con una lista civica e tiene nelle sue mani le deleghe all’urbanistica, i rapporti con l’Unione dei Comuni del Cusio, i rapporti istituzionali e le eventuali materie residuali.
Il pagamento del prezioso dominio .com deve avvenire tramite bonifico bancario e l’oggetto può essere anche restituito: a buon intenditor poche parole!
Intanto la Lega nord si accontenta del proprio attuale dominio .org ma chissà se a Orta S. Giulio si accontenterebbero di vendere quel dominio su eBay in cambio di qualche pietra preziosa: metodo di pagamento certamente meno rischioso del bonifico bancario.
 
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Strade diverse
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2012


 

Sul numero della scorsa settimana di Sette del Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo di Francesca Barra che, con la sorella Maria Falcone, ha scritto un libro sul giudice ucciso dalla mafia il 23 maggio del 1992. Un libro nel quale vengono narrati anche degli aspetti inediti di uno dei magistrati-simbolo della lotta alla mafia.
La sorella di Giovanni Falcone ricorda, tra gli altri episodi, anche lo scontro tra quello che fu (e tenta di essere anche oggi) il sindaco del capoluogo siciliano Leoluca Orlando ed il fratello che fu accusato, proprio da Orlando che ne era amico, anche di nascondere “carte nei cassetti”: «Un giorno Giovanni – ricorda Maria Falcone - raccontò di aver incontrato Orlando in aeroporto e di avergli chiesto: Leoluca, cosa ti sta capitando? La risposta fu lapidaria: Stiamo prendendo strade diverse».
Leoluca Orlando, oggi portavoce dell’Italia dei Valori di Di Pietro, dimostrava già allora la propria indole, il proprio status, la propria qualità migliore: il sentirsi ‘incontrastato e incontrastabile’. Una sorta di rais che quando veniva votato da un plebiscito di cittadini si sentiva il sindaco di tutti; ma se il medesimo plebiscito veniva ottenuto da un candidato di diverso schieramento, quel successo era per lui sicuramente inquinato dal voto delle cosche.
Lui, Leoluca Orlando Cascio, era così e così è rimasto. Qualche settimana fa, di fronte alla sconfitta del candidato anche da lui sostenuto (insuccesso, è bene ricordarlo, sancito democraticamente dagli elettori delle primarie dell’intero centrosinistra) ha deciso di mettersi in proprio e correre ancora una volta come candidato a sindaco. Certo, collaborare con il vincitore delle primarie per la vittoria dell’intero schieramento sarebbe stato quanto meno corretto, ma il nostro evidentemente è uno di quei soggetti per i quali “viva le primarie ma solo se le vinco io”.
In un modo o nell’altro Orlando vuole rimanere sulla scena (altro che rinnovamento della politica…), a qualsiasi costo, con qualunque mezzo, a discapito di chiunque: anche prendendo “strade diverse” rispetto a Giovanni Falcone.
Poi, purtroppo, come è noto i migliori se ne vanno e gli Orlando invece restano.
 
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Caramelle
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2012


 

Come noto ai più, Crema è in provincia di Cremona, in quella Lombardia che ci ha fin troppo abituato ad azioni giudiziarie alquanto controverse.
Meno noto, forse, è il fatto che in quel di Crema gli ambienti giudiziari siano impegnati a seguire un caso giudiziario che davvero potrebbe finire su tutti i testi di diritto penale delle università italiane, anzi europee: il furto – datato agosto 2010, quasi due anni fa - di un pacchetto di caramelle dal valore (tenetevi forte!!!) ammontante a ben 1euro e 19centesimi. Roba da mettere in ginocchio la già malridotta economia nazionale.
E – almeno a leggere la cronaca milanese della Repubblica – ad occuparsi della rilevante vicenda sono stati due giudici: insomma “roba grossa”, come scriverebbe Marco Travaglio.
La 24enne romena accusata di cotanto misfatto ha intanto fatto perdere le proprie tracce; insomma si è resa irreperibile ma, come è noto, la nostra giustizia è testarda (dimostrandosi, spesso, sprezzante anche del senso del ridicolo) e va avanti nel proprio corso.
Sempre la cronaca milanese del quotidiano diretto da Ezio Mauro ci ricorda che «la prima udienza risale al gennaio scorso. La successiva è stata celebrata con l'audizione dei due soli testimoni: la commessa del market e l'agente di pubblica sicurezza che formalizzò la denuncia a piede libero». Ad autunno prossimo si svolgerà anche la terza udienza dedicata alla discussione in aula. Alla quale dovrà partecipare anche il difensore d’ufficio della 24enne (il quale, candidamente, ha fatto sapere di non aver mai incontrato la sua cliente né di essere mai riuscito neppure a contattarla) ma non di certo la sua cliente che chissà da dove starà assistendo a questo “processo”. L’avvocato, del resto ha giustamente precisato che «il problema non è tanto il furto in sé, ma se valga la pena di spendere tante energie processuali per un danno da un euro e 19 centesimi. Trattandosi di un reato aggravato e quindi procedibile d'ufficio, però, non è neppure percorribile la via della remissione della querela, magari a seguito del risarcimento».
Verrebbe da chiedersi – e da domandare, soprattutto al Guardasigilli in carica – se sia mai possibile che un Paese possa andare avanti con questo tipo di sistema-giustizia, inteso sia come normative vigenti che come magistrati operanti.
Verrebbe (anzi, viene) spontaneo altresì chiedersi a quanto ammonti il costo di due giudici (che, forse, potevano essere impiegati a giudicare su casi più rilevanti) e quanto possa essere il denaro speso mettere in piedi tre udienze giudiziarie: di certo più di 1,19 euro.
 
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“Ma mi ami? Ma quanto mi ami?”
post pubblicato in Diario, il 20 aprile 2012


 

 
Certe decisioni, certi provvedimenti, si adottano in silenzio, quasi di nascosto. Anche perché quando i cittadini, i contribuenti, ne scopriranno l’esistenza sarà troppo tardi, le cose saranno già fatte.
E così ecco che si viene a sapere – ma senza squillar di trombe o batter di grancassa – che sotto la lente del fisco sono destinati ad andare anche i dati relativi al consumo delle utenze telefoniche: non solo quelle appartenenti al cosiddetto mercato “business” ma anche quelle di uso pubblico e domestico.
Un provvedimento (il n. 2012/10563 pubblicato giovedì 19 aprile) ha infatti dettato agli operatori di telefonia le modalità per l’invio (quest’anno c’è tempo fino al 30 settembre prossimo per trasmettere i dati, dal prossimo anno entro il 30 aprile) all'Anagrafe tributaria delle informazioni sui servizi di telefonia fissa, mobile e satellitare relativi alle utenze in atto, ai consumi fatturati e al credito acquistato.
Se dal telefono di casa si produce traffico eccessivo o se un cellulare viene ricaricato troppo spesso, l’Agenzia delle Entrate ‘drizzerà le orecchie’ tanto da rendere appunto noto che «in merito alla telefonia mobile diviene oggetto di comunicazione il credito telefonico acquistato nel corso dell'anno».
Quindi iniziamo a dimenticarci le lunghe telefonate da casa a amici e parenti, scordiamoci le frequenti chiacchierate dal cellulare o, magari, l’invio frequente di messaggi o immagini. Togliamoci poi dalla zucca di navigare in Internet con il telefono mobile perché la ricarica sarà più frequente ed allora potrebbe arrivare Befera con la sua scure.
E il classico “ma mi ami? ma quanto mi ami?” dovrà essere necessariamente sostituito da un amoroso colloquio a quattr’occhi: a pensarci bene, però, chissà se poi (almeno quest’ultima) sia una cosa così tanto negativa.



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Completamente
post pubblicato in Diario, il 17 aprile 2012


 

 
Ogni giorno che passa ho la sensazione – ma non sono il solo ad averla – che il trio A B C (Alfano, Bersani, Casini) stiano perdendo il contatto con la realtà, con il mondo che gira fuori dal Palazzo, con i rispettivi elettorati che quotidianamente dimostrano di essere sempre più infastiditi di pagare il prezzo della crisi mentre loro sembrano essere impegnati soltanto a difendere i privilegi di una classe sempre più sorda ai rumori (e agli umori) che provengono dalla piazza.
Con l’uscita dell’altro giorno, poi, A B C hanno raggiunto forse il culmine. Testualmente: «Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici destinati ai partiti sarebbe un errore drammatico che punirebbe tutti allo stesso modo, compreso coloro che in questi anni hanno rispettato scrupolosamente le regole. E metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare».
Chi scrive ha già avuto modo di affermare che i partiti, in quanto parte essenziale della struttura democratica del Paese, abbiano un finanziamento pubblico basato, però, sul rimborso elettorale di spese realmente sostenute e comprovate da fatture e documenti. Si può anche pensare di introdurre, a favore dei partiti stessi (che già comunque godono della possibilità di ricevere contributi di singoli), la possibilità di destinare loro il 4 per mille dalle dichiarazioni dei redditi di chi intende sostenere il proprio schieramento politico.
Però poi A B C veramente esagerano quando affermano che il mancato contributo “metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare”. E invece ora? Ci si vuol forse far credere che lobbies e centri di potere non incidano sulle scelte di maggior importanza per il Paese, inclusa quella del cd. Governo Tecnico? O ci si vuol per caso convincere che assai spesso l’interesse particolare non prevale su quello generale?
E’ vero: A B C usano l’avverbio “completamente” che però, con un po’ di malizia, potrebbe significare che nell’attualità i partiti risentano già di influenze lobbistiche e che, senza il finanziamento, le cose non potrebbero che peggiorare. Mi chiedo, altresì, se questa interpretazione di quel “completamente” sia corretta.
 
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La “giustizia” secondo Lidia Ravera
post pubblicato in Diario, il 15 aprile 2012




 
Lei, Lidia Ravera, è la giornalista perfetta per Il Fatto Quotidiano. Alcune conferme tratte dal sito del quotidiano delle Procure.
2 dicembre 2012. Ravera (e non Rivera che almeno era un campione e sapeva fare con classe il proprio mestiere) scrive di Franco Nicoli Cristiani: «Un “cinghialone” imbottito di colazioni di lavoro e mazzette. Uno che sonnecchia nello svolgimento delle sue stipendiatissime mansioni, ma si sveglia quando deve difendere la Principessa Minetti dall’assalto dei reprobi, i mai abbastanza esecrati giornalisti. Uno che, come troppi, pur condannato (e prescritto) viene abilitato a proseguire la sua carriera, nel solco dell’indiscusso leader del degrado della politica. È legittimo sperare che si faccia un po’ di pulizia? Stanare tutti i parassiti che vendono la cosa pubblica come se fosse roba loro, si gonfiano di stecche fino a passare il tonnellaggio di una portaerei e continuano a trafficare, nelle pieghe delle istituzioni, dove nessuno guarda e perciò nessuno vede, è possibile oppure no? Con che faccia si chiede ai cittadini di fare sacrifici quando questi ciccioni si ostinano a ingrassare a spese della collettività? La guardo, dottor Nicoli Cristiani, la giacca sbottonata, l’occhio metallizzato, il cipiglio da incazzato e, mi coglie, irresistibile, l’impulso di prenderla a sberle. Vendicherei i giornalisti minacciati. E non solo loro»
E passiamo all’11 marzo scorso quando la signora scrive del senatore Lusi: «basta guardarlo in faccia per riconoscere l’eroe dei nostri tempi: occhi torvi e furbi su un fisico bovino. Empatia zero. Bulimia mille. Spiccata propensione alla minaccia. Incapacità patologica a riconoscere i propri torti. “Se parlo io salta il centrosinistra”, ha detto, fingendo di non sapere che lo stavamo tutti ascoltando. Parli senza remore, senatore Lusi: se nel centrosinistra è cresciuto un personaggio come Lei, che salti pure per aria, che vada in pezzi, in briciole, in vacca… Non verseremo una lacrima».
Lo scorso 6 aprile, poi, la Ravera si diletta ad esaminare l’aspetto fisico di Francesco Belsito: «Basso, grasso, tondo. Due ombre nere al posto della barba e dei capelli. Una bella faccia da posteggiatore napoletano, di quelli che per 50 centesimi ti storpiano “O sole mio”, avvilita da piccoli occhi furbi, imperturbabili fino alla tracotanza. È Francesco Belsito, genovese, qualunquemente brutto nonostante l’età (41 anni) e la disponibilità economica (ha tre Porsche e neppure una giacca decente). Nasce autista di Guido Biondi, dopo essere stato un ottimo buttafuori da discoteca, un non meglio identificato “animatore” e un solerte spacciatore di focaccine. La sua ascesa verso i paradisi artificiali della politica inizia con il sottosegretariato dei diversamente intelligenti (la Semplificazione) e si conclude con la carica più ambita dai diversamente onesti (tesoriere). Evidentemente le focaccine erano buone. Ma è sufficiente? Sì. La dote più spiccata del politico moderno è la disponibilità a tutto. Portare borse, fondi, sesso, consensi e voti. Per diventare tesoriere è richiesta, per curriculum, anche una particolare passione: utilizzare a scopi privati soldi pubblici. Dopo la doppietta Lusi-Belsito chi sarà beccato? Non si potrebbe, nell’attesa, ridurre i finanziamenti ai partiti? Sono soldi nostri, in fondo!».
Pur non sapendo il sottoscritto chi mai sia Guido Biondi (i primi risultati di Google parlano di un calciatore lancianese deceduto e di un ex ristoratore che ha collaborato con Tutto…), devo ammettere che la signora Ravera ha ragione perché è proprio giunta l’ora di dire basta a tutti quei parassiti (e per di più con l’aggravante di avere occhi torvi e furbi su un fisico bovino, magari anche con la giacca sbottonata) che vendono la cosa pubblica come se fosse roba loro; ed è anche plausibile un quesito tipo “dopo la doppietta Lusi-Belsito chi sarà beccato”. Il problema è che dopo “la doppietta” della quale ha scritto la Ravera, una delle tante inchieste hanno riguardato anche il governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, al quale sono stati recapitati in 24 ore due avvisi di garanzia.
Ma niente paura, anche per lui – pur nulla eccependo sull’aspetto fisico, ma questo è questione di gusti - Lidia Ravera ha le parole giuste: «Nichi Vendola è uno per bene» e i testimoni le cui dichiarazioni sembrerebbero invece coinvolgere nel malaffare della sanità pugliese anche il leader di Sel, sono state deposte per la Ravera da «Mele Marce in servizio attivo, pronte ad infettare quelli che provano a contrastarle. Vogliamo raccogliere come oro colato tutte le loro vendette?». Per quel che ci riguarda, anche Vendola è innocente fino a prova contraria e a sentenza definitiva, ma ci si permette di evidenziare che la storia d’Italia è stata (e lo è tutt’ora) contrassegnata dalle dichiarazioni di soggetti che poi, nei fatti, sono riusciti a rovinare vite, carriere (politiche e non) e famiglie. Ci sono stati fedeli servitori dello Stato condannati dopo i “pentimenti” di pluripregiudicati che non avevano nulla da perdere (anzi, tutto da guadagnare) e dalle loro testimonianze spesso ad arte pilotate; così come ci sono stati uomini politici processati e condannati sulla stampa (soprattutto quella amica di certe procure) ed invece poi assolti nell’ordinario processo. Ci sono stati anche amministratori dei quali si è saputo – magari anche prima del recapito all’interessato dell’avviso di garanzia – di un’indagine in corso a loro carico e messi subito con le spalle al muro (e talvolta costretti alle dimissioni) da certa opinione pubblica ben ispirata, organizzata, fiancheggiata, manettara ed alla famelica ricerca dell’avversario da sputtanare, mettere alla gogna e rovinare definitivamente. Evidentemente per la Ravera – e per quelli a lei simili – esistono gli innocenti ‘a prescindere’ così come i colpevoli ‘comunque’: si potrebbe definire “giustizia di parte”, ma poi (in questo caso) viene spontaneo chiedere scusa per l’utilizzo del termine ‘giustizia’.?

                                                                                                                



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Dai partiti ci si attende il buon esempio
post pubblicato in Diario, il 13 aprile 2012


 

Mi rendo conto che la premessa non è delle più "popolari"; ciononostante sono tra quelli che ritengono essenziale il ruolo dei partiti nella nostra democrazia parlamentare. E per questo ritengo opportuno che gli stessi partiti possano godere dei rimborsi elettorali.
Ciò premesso, però, anche il sottoscritto - convinto avversario del "di tutta l'erba un fascio" di partiti e politici che, nel giudizio prevalente, sarebbero tutti ladri a prescindere - è tra quelli che ammette una profonda revisione del meccanismo di versamenti pubblici ai partiti politici. Leggere che agli stessi, dal 1994 ad oggi, sono stati versati (lo dice la Corte dei Conti) due miliardi e duecentocinquantatre milioni di euro (in cifre 2.253.000.000 €) dei quali 'solo' 579 milioni hanno realmente coperto le spese sostenute per le campagne elettorali, fa sensazione e, se permette, anche un po' senso. I cittadini, i lavoratori, i dipendenti, insomma le persone "normali", ricevono dal loro datore di lavoro il rimborso delle spese sostenute dietro presentazione delle ricevute e degli scontrini delle somme realmente spese. Perchè non far valere lo stesso criterio anche per i partiti? I quali possono, del resto, anche contare sugli introiti delle campagne-tesseramento, dei vari festival e feste organizzati sul territorio grazie a militanti che, fondamentalmente, prestano per quei giorni la loro opera senza guadagnare un centesimo. Ci sono poi le donazioni dei singoli e si potrebbe anche ipotizzare un sistema di versamento del 4 per mille direttamente tramite la dichiarazione dei redditi.
Scelte chiare e tangibili, risparmio e sacrifici proprio a partire da chi quei sacrifici li chiede ai cittadini. In un periodo come quello attuale nel quale il governo in carica sembra preferire le tasse più che i tagli di spesa, è oramai indispensabile che proprio i partiti facciano il primo passo, per dare il buon esempio e riacquistare la perduta credibilità nei cittadini-potenziali elettori. Per dirla con Michele Ainis (Corriere della Sera di giovedì scorso), occorre l'adozione di gesti seri e non di scorciatoie.
 
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I cappi di via Bellerio
post pubblicato in Diario, il 10 aprile 2012


 

L’altro giorno l’onorevole Alfonso Papa, nel corso di una trasmissione radiofonica, ha rivelato che, il giorno prima del suo arresto, incontrando Roberto Maroni, apprese dallo stesso che «la Lega avrebbe votato a favore dell’arresto per valutazioni politiche e non volle leggere gli atti. Mi hanno mandato in galera sulla base di valutazioni politiche» ha concluso Papa.La cosa, se vera (e non ho elementi per metterne in dubbio l’autenticità), sarebbe già di per sé ignobile perché ci fa apprendere che in Parlamento siede anche chi, “per valutazioni politiche”, è disposto a mandare in galera un essere umano che, almeno fino a sentenza definitiva, è innocente.Ma loro, quelli della Lega Nord, sono fatti da sempre così: sventolano cappi, ruggiscono contro la presunta “Roma ladrona”, inveiscono contro il Sud che si sfamerebbe a sbafo, si fanno anche beccare in altri tempi con una mini-tangente nel cassetto, ma fanno arrestare ‘preventivamente’ un indagato per “valutazioni politiche”. A loro (perché non solo di certo gli unici, Di Pietro docet) piace darsi questo aspetto ed hanno la presunzione di essere i più puri, i senza macchia per eccellenza: tutto il resto, a loro giudizio, ha comunque qualcosa di disonesto da nascondere ‘a prescindere’.Ora però – sempre premettendo che tutti sono innocenti fino a prova contraria e condanna definitiva – i sostenitori di un’inesistente padania (la “p” minuscola, non è un errore di battitura) si ritrovano di fronte ad accuse che non riguardano tanto tangenti incassate, quanto soldi pubblici (del contributo elettorale ai partiti) che sono stati ‘stornati’ dall’ex tesoriere Belsito a favore dei componenti di quello che è stato da più parti definito “cerchio magico”, cioè quelle pochissime persone che orbitavano (ed orbitano tutt’ora) intorno al senatur. Il quale, in modo drammatico, sembra essere stato trattato dai suoi fedeli come una sorta di “scemo del villaggio” il quale nulla sa e nulla capisce: qualcuno, di nascosto (ed anche un po’ a sua insaputa…), gli avrebbe pure ristrutturato l’abitazione senza che lui se ne accorgesse: roba da interdizione! La vicenda della salute di Bossi è stata indubbiamente drammatica e le conseguenze sono ancora piuttosto evidenti. Però, quasi crudelmente, mi viene spontaneo chiedere: esistono ancora cappi riposti negli armadi di via Bellerio?

 
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La trave di Di Pietro
post pubblicato in Diario, il 5 aprile 2012


 

Non riesco francamente a capire tutti coloro che ieri, dopo l’intervento di Antonio Di Pietro in fase di dichiarazione di voto sul dl semplificazioni, hanno gridato allo scandalo o si sono dichiarati turbati per le parole pronunciate dall’ex pm.
Secondo il padre-padrone dell’IdV le persone che si suicidano di fronte al peso della crisi economica sono sulla coscienza di Mario Monti e dell’Esecutivo che lui presiede. Un governo che viene definito «ladro» e «latitante» e paragonato al chirurgo «che esce dalla sala operatoria e dice ai familiari: operazione perfettamente riuscita, il paziente è morto».
Bene, e dove sarebbe lo scandalo? E’ noto che Di Pietro è oramai ossessionato dal timore (reale) di assistere alla definitiva scomparsa del movimento politico da lui fondato e si lascia andare periodicamente a deliranti affermazioni pur di raccattare qualche consenso. Spesso poi dimostra tutte le difficoltà a porre qualche limite alle sue ‘sparate’ che, per questo motivo, talvolta gli si ritorcono pure contro: come è accaduto l’altro giorno, quando ha dimenticato i 32 (dicasi 32) suicidi “giudiziari” registrati tra il ’92 e il ’94 ai tempi di Mani Pulite: «un numero spaventoso e fuori media, ma che riguardò, soprattutto, una serie di «politici ladri» che in parte non risultavano neppure indagati». (copyright by Filippo Facci).
Lui è fatto così. Dice di battersi contro il rimborso elettorale ai partiti, ma ne usufruisce anch’egli ben guardandosene dal restituire anche un euro; e lo fa rammentando l’esito del referendum dell’aprile 1993 che aboliva il finanziamento pubblico. Certo, qualche anno prima (novembre ’87) c’era stato anche il referendum che ha abrogato le norme limitative della responsabilità civile dei giudici, ma quello, al nostro, non è mai piaciuto e quindi non ne parla: dimenticato, buttato ‘democraticamente’ alle ortiche. Chiamare realmente un giudice a rispondere per l’errore commesso equivale, nella folcloristica interpretazione del leader dell’IdV, «all’ennesimo delitto, una vendetta ed un ammonimento contro i giudici».
Ma a Di Pietro – è noto anche questo – aggrada di più guardare la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel proprio.
 
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Alfonso Papa e gli schifosi
post pubblicato in Diario, il 2 aprile 2012


 

L’altro giorno le agenzie di stampa hanno reso noto che «l’VIII sezione del Tribunale del Riesame di Napoli presieduta da Angela Paolelli ha confermato la decisione della Corte di Cassazione, secondo la quale non vi è stata alcuna prova di accordo tra Alfonso Papa e il carabiniere Enrico La Monica, coimputato nel procedimento sulla presunta P4 e attualmente latitante, in ordine ad attività di dossieraggio in cambio della promessa di ingresso nei servizi segreti». In precedenza, sia il gip del Tribunale di Napoli che la Cassazione avevano escluso l'esistenza di un accordo tra Papa e Luigi Bisignani, terzo coimputato. «Crolla così definitivamente – si è letto ancora - l'ipotesi accusatoria di un'associazione segreta denominata P4 essendo ormai passato in giudicato il giudizio della Cassazione secondo la quale non emerge alcun elemento indiziario relativo a un accordo o anche a semplici intese tra Papa, Bisignani e La Monica. La magistratura mette la parola fine all'ipotesi dell'associazione individuata dai pm Henry J. Woodcock e Francesco Curcio, i quali avevano chiesto una nuova ordinanza di arresto per il deputato del Pdl, ordinanza che il Tribunale del Riesame ha rigettato».
Siamo di fronte all’ennesimo flop di certi inquirenti ma, almeno in questa sede, la cosa non ci interessa.
Ci fa invece davvero schifo che in certi siti – quelli, per intenderci, dell’informazione forcaiola da quattro soldi che tanto applaudì l’arresto (che oggi si scopre essere stato immotivato) di Alfonso Papa – non sia stata dedicata nemmeno una riga alla notizia. Gli schifosi, del resto, cavalcano l’onda giustizialista e mai sarebbero in grado di mettere per iscritto che, qualche volta, anche un giudice può sbagliare.
No, loro no: gli schifosi costruiscono una gabbia di sterco intorno alle persone (meglio se deputati di Pdl e Pd) pur di cavalcare quell’ondata di ‘anti-politica’ manettara che consente di incrementare la vendita della loro carta igienica nelle edicole nazionali.
Schifosi, e per di più incapaci anche di chiedere semplicemente scusa.
 
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